TM MAGAZINE 3 novembre 2026
Leggere con il corpo, scrivere con il corpo|Fumiko Hayashi, che non smise mai di scrivere
Diventare un topo di biblioteca e leggere migliaia di libri non produce di per sé un sapere vivo. C'è stato un tempo in cui gli scrittori viaggiavano più dei loro lettori. Per tutta la vita Fumiko Hayashi lesse con il corpo, scrisse con il corpo e continuò semplicemente a scrivere. Nessuna opera è stata scritta più con il corpo di Horoki.
Leggere con il corpo, parlare con il corpo. È il metodo che ho seguito per rispondere al mio desiderio di conoscere il Giappone.
Come hanno detto innumerevoli predecessori, puoi diventare un topo di biblioteca e leggere migliaia, persino decine di migliaia di libri, e niente di tutto questo diventerà per ciò stesso un sapere vivo. Il sapere conservato nella testa come sapere morto non serve né al mondo né a nessuno che vi abiti. I saggi che impartirono un insegnamento vivo hanno sempre rifiutato questo sapere chiuso in se stesso.
Sima Guang lo disse così: «Il senso ultimo del sapere sta nella ricerca di come governare il cuore. Ciò che non ha nulla a che fare con il compimento del carattere non si può chiamare “sapere” nel vero senso.» Dall’età moderna in poi, però, il sapere è diventato una forma vuota, e il cuore, il calore, la serietà di chi vi mette in gioco la vita sono tutti scomparsi.
Forse il punto in cui si trova il mondo oggi è dove tutto questo va a finire. L’illusione che il sapere consista nell’accumulare e nel tenere nozioni in testa non si è ancora dissolta, e ho la sensazione che ciò che Sima Guang rifiuterebbe di chiamare «sapere» sia entrato nella sua fase finale insieme a una modernità che non finisce.
Detto questo, l’esperienza di leggere un libro è sempre meravigliosa. Io non leggo quasi romanzi, e guardandomi indietro credo sia perché mi riesce difficile collegare un romanzo allo spostare il mio corpo per il mondo.
C’è chi prova piacere a vivere, attraverso un romanzo, il mondo che un autore ha immaginato e fatto. Ma anche in questo senso mi sembra che un’opera dovrebbe essere qualcosa che nasce da sé in fondo al continuo muoversi di uno scrittore. Quando gli scrittori si accingevano a scrivere di un tema dentro la loro visione del mondo, producevano le loro opere leggendo anzitutto con il corpo e parlando con il corpo, e continuando a farlo.
Visto così, diventa chiaro che un tempo gli scrittori si muovevano più dei loro lettori, e che i mondi che leggevano e scrivevano con il corpo erano proprio ciò che dava ai lettori un’esperienza tanto ricca in cui immergersi. Oggi è il contrario. Gli scrittori non si muovono più, e un’epoca di teorie brandite dalla scrivania è diventata cronica. Il vero scrittore che va a piedi a raccogliere informazioni di prima mano è diventato raro in tutto il mondo.
Mentre pensavo a questo, mi è passato d’un tratto per la mente Horoki («Diario di vagabondaggio») di Fumiko Hayashi. Horoki, che la grande scrittrice mise davanti al mondo, fu la svolta che la portò quasi da un giorno all’altro a essere un’autrice popolare. Poiché poi si affermò come scrittrice, si tende a dare per scontato che abbia avuto successo fin dall’inizio.
Non solo con gli scrittori, le persone tagliano sempre via il contesto e guardano soltanto a chi qualcuno è adesso. Così facendo sbagliano immancabilmente la verità. È vero, certo, che dall’opera in sé un tale contesto è difficile da vedere.
Ma ciò che mi attira in Fumiko Hayashi non è soltanto che per tutta la vita abbia letto con il corpo e scritto con il corpo, ma che abbia «continuato semplicemente a scrivere». O piuttosto, nessuna opera è mai stata scritta più con il corpo di Horoki.
Lo sento anche in me stesso: per ogni creatore non c’è altra via che continuare a fare cose e a metterle davanti al mondo. Anche se un pezzo diventa per caso un enorme successo, il mondo è sempre stato pieno di autori di un solo colpo che non ne hanno prodotto un secondo. Davvero notevole non è forse lo scrittore o il creatore che ha continuato a scrivere fino all’ultimo istante prima della morte, facendo uscire un’opera dopo l’altra?
In questo senso, Fumiko Hayashi fu una scrittrice nel senso più vero. Il KINEMA 2400 di questa settimana presenta il film di Mikio Naruse tratto dal suo Horoki, perché coglie in modo superbo sullo schermo come lei leggesse con il corpo, scrivesse con il corpo e continuasse a mettere davanti al mondo ciò che scriveva.
Anzi, più che dire che coglie questo, sarebbe forse più esatto dire, dato che Naruse stesso fu un cineasta prolifico, che ha trasmesso il modo di vivere di chi continua a fare.
Anche tra gli attori ci sono molte persone eccellenti, con Haruko Sugimura e Tatsuya Nakadai in testa, che restarono attori per tutta la vita e si diedero al cinema e al teatro fino alla fine, e Sayuri Yoshinaga continua ancora oggi. C’è tra loro anche Shizuka Ijuin, che personalmente venero: ciò che amo sono i predecessori che lessero con il corpo, scrissero con il corpo e continuarono a scrivere fino alla fine.
Che il mezzo sia la scrittura, il video, la fotografia, l’illustrazione o qualsiasi altra cosa, prima muoviamo il corpo, e da lì scriviamo con il corpo. I giapponesi furono un popolo capace di pensare non con la testa ma con il ventre, e di scrivere con il ventre. In questi tempi sento con forza che, se non recuperiamo ancora una volta questo senso del corpo, non riusciremo ad andare oltre la corrente impetuosa dell’età dell’IA.