La foresta del pensieroVol.11

TM MAGAZINE  7 luglio 2026

Il sabotaggio del Nord Stream|l'operazione segreta americana svelata da Seymour Hersh

I gasdotti Nord Stream saltarono in aria il 26 settembre 2022. Secondo Seymour Hersh, il piano era cominciato più di due mesi prima che la Russia invadesse l'Ucraina. Il vero scopo era eliminare fisicamente la possibilità che la Germania comprasse gas naturale dalla Russia.

Da qualche tempo le provocazioni dei leader europei contro la Russia si fanno sempre più estreme. In questo clima, un fatto emblematico è stato riportato con una discrezione notevole: la procura tedesca ha incriminato un cittadino ucraino, arrestato come uno degli esecutori del sabotaggio del Nord Stream.

Delle esplosioni del 26 settembre 2022 si dice spesso che siano avvolte nel «mistero», eppure c’è un uomo che ne indica apertamente il colpevole fin dal giorno in cui avvennero. È Jeffrey Sachs, l’economista della Columbia University.

All’epoca, mentre i governi e i media occidentali accusavano a gran voce la Russia, il professor Sachs dichiarò senza mezzi termini che erano stati gli Stati Uniti. In un’intervista a Bloomberg disse che ci avrebbe «scommesso», che si trattava di un’operazione americana, e la frase gli attirò addosso una tempesta di critiche. Fin dall’inizio, l’unica fonte in cui ebbe fiducia e che citò più volte, senza lasciarsi confondere dai comunicati dei governi né dalla stampa, fu il giornalista Seymour Hersh. L’8 febbraio 2023 Hersh, celebre reporter d’inchiesta americano e premio Pulitzer, pubblicò sulla propria newsletter «How America Took Out the Nord Stream Pipeline», come l’America ha distrutto il gasdotto Nord Stream.

Basandosi su una fonte anonima, l’articolo descriveva l’operazione nei minimi particolari. Scosse l’amministrazione di allora, ma poiché sulla stampa furono esercitate pressioni, non è mai diventato ampiamente noto. Il punto più sorprendente del suo resoconto è che la pianificazione dell’operazione cominciò nel dicembre 2021, più di due mesi prima che la Russia invadesse l’Ucraina. La storia, in altre parole, comincia prima della guerra in Ucraina.

Secondo Hersh, a guidare il lavoro fu Jake Sullivan, allora consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Biden, che riunì una task force segretissima con i vertici dello Stato maggiore congiunto, della CIA, del Dipartimento di Stato e del Tesoro. All’inizio la discussione verteva su come impedire alla Russia di far funzionare i gasdotti e su come liberare l’Europa, e la Germania in particolare, dalla dipendenza dall’energia russa. La Marina propose un attacco diretto con un sottomarino, l’Aeronautica lo sgancio di bombe a scoppio ritardato. William Burns, allora direttore della CIA, insistette che la priorità assoluta era la segretezza: non doveva mai venire fuori che erano stati gli Stati Uniti.

Così, all’inizio del 2022, un gruppo di lavoro della CIA riferì alla task force che «c’è un modo per far saltare i gasdotti», e i preparativi del sabotaggio entrarono nel vivo. Hersh accusa l’amministrazione di aver sfruttato una falla della legge americana nella scelta della squadra. Gli uomini selezionati non appartenevano a un’unità clandestina del Comando per le operazioni speciali (SOCOM), ma erano sommozzatori esperti del Centro di addestramento immersioni e recupero della Marina statunitense a Panama City, in Florida. Le operazioni militari segrete condotte dal SOCOM devono per legge essere comunicate in anticipo ai leader del Congresso; ricorrendo invece a semplici «sommozzatori della Marina», sostiene Hersh, l’amministrazione evitò quell’obbligo di informare il Congresso e tenne l’operazione del tutto nascosta.

Né gli Stati Uniti agirono da soli. Poiché l’operazione era difficile da portare a termine in solitudine, vi si unirono le forze armate e i servizi segreti norvegesi, come Hersh ha rivelato. Perché proprio la Norvegia? La ragione è evidente. La Norvegia era il paese d’origine di Jens Stoltenberg, allora segretario generale della NATO, e un alleato di ferro degli Stati Uniti. È stato anche osservato che aveva un movente economico: tagliare il gas russo da cui l’Europa dipendeva le avrebbe permesso di esportare più gas proprio.

E infatti Stoltenberg, nominato segretario generale della NATO nel marzo 2014, avrebbe dovuto concludere il mandato il 30 settembre 2022, ma «un certo avvenimento» glielo prolungò, e alla fine restò in carica fino al 30 settembre 2024. Poi, forse come ricompensa per il suo «contributo», nel febbraio 2022 fu designato governatore della banca centrale norvegese e nel febbraio 2025 divenne ministro delle Finanze della Norvegia, incarico che ricopre tuttora.

La Marina norvegese riferì che le acque basse al largo di Bornholm, l’isola danese, a circa 80 metri di profondità, erano ideali per l’operazione, perché lì le correnti sono deboli e i sommozzatori lavorano con facilità. Il piano procedeva in segreto sotto il controllo degli Stati Uniti e della NATO quando il presidente Biden commise un incredibile passo falso.

Il 7 febbraio 2022, in una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, Biden si lasciò sfuggire: «Se la Russia invade, non ci sarà più un Nord Stream 2. Vi metteremo fine». Altro che semplice gaffe: fu una dichiarazione emblematica, con cui annunciò di sua bocca un evento che stava per accadere, e cioè che sarebbe stata l’amministrazione Biden a distruggere il Nord Stream. L’invasione militare dell’Ucraina da parte della Russia, aggiungo, arrivò il 24 febbraio di quello stesso anno. L’autodenuncia di un presidente americano che proclamava la propria colpa sulla scena mondiale gettò nello scompiglio chi dirigeva l’operazione clandestina. E poiché Biden aveva nominato lui stesso il bersaglio, l’operazione cadde nella confusione e da azione coperta fu trasformata in operazione militare, come il resoconto di Hersh mette a nudo.

Poi, nel giugno 2022, come copertura fu usata BALTOPS 22, l’esercitazione NATO che si tiene ogni anno nel Mar Baltico. La parte americana fece aggiungere al programma dell’esercitazione una nuova voce, un addestramento pratico di «ricerca e sviluppo» sul rilevamento e la bonifica delle mine, e al riparo dell’esercitazione i sommozzatori della Marina statunitense si immersero e applicarono cariche cave di C4 a due dei gasdotti. Gli esplosivi furono dotati di speciali involucri mimetici che non si corrodono in acqua salata.

Le cariche furono dapprima regolate con timer che le avrebbero fatte esplodere 48 ore dopo la fine dell’esercitazione, ma Biden rifiutò, dicendo di voler decidere lui il momento. Il meccanismo fu dunque modificato in modo che i timer partissero soltanto alla ricezione di un particolare suono a bassa frequenza emesso da una boa sonar gettata in mare. L’operazione fu sospesa e infine, il 26 settembre 2022, un aereo da pattugliamento P-8 Poseidon della Marina norvegese, in quello che sembrava un volo di routine, sganciò la boa sonar. Poche ore dopo la ricezione del segnale, le cariche di C4 esplosero e tre dei quattro gasdotti furono distrutti.

Fin dal primo istante i governi e i media occidentali, come se si fossero messi d’accordo in anticipo, indicarono nella Russia il colpevole e la attaccarono con furia. Ma perché il «momento» voluto da Biden fu la fine di settembre e non giugno, come previsto in origine? Hersh sostiene che la ragione per cui Biden scelse quel momento per l’esplosione è ovvia. La ragione principale, scrive, fu «l’arrivo dell’inverno».

Il bersaglio, in altre parole, era una condizione stagionale propria dell’Europa. Ormai, sotto la pressione americana e in nome della guerra in Ucraina, gli europei avevano già compiuto il gesto sconsiderato di tagliarsi fuori dalle forniture di gas russo. Ma poiché i leader europei non avevano alcuna fonte d’energia alternativa, da allora si trovano davanti a una grave penuria, e quella penuria, tra tutte le cose, ha innescato il brusco declino della potenza industriale tedesca.

E proprio come nella guerra contro l’Iran, i leader degli Stati Uniti e dell’Europa presunsero con arroganza di poter chiudere in fretta la guerra. La Russia, però, vide attraverso le loro vere intenzioni e scelse fin dall’inizio la strategia del conflitto prolungato. Il disegno dell’amministrazione Biden era stato letto dal governo di Putin, e la Russia, convinta che l’Europa avrebbe inevitabilmente vacillato, puntò non su una vittoria militare ma su una guerra lunga in cui gli avversari si sarebbero distrutti da soli.

Se la guerra in Ucraina si fosse trascinata, l’autodistruzione dell’Europa era un futuro facile da prevedere. Gli Stati Uniti calcolavano che, con l’avanzare dell’autunno 2022, davanti al freddo pungente e alla mancanza di energia, il cancelliere Scholz, spinto dall’opinione pubblica, avrebbe aperto le valvole del Nord Stream 2 e si sarebbe sottratto alle sanzioni contro la Russia. Ciò che Washington temeva più di tutto era la revoca di quelle sanzioni.

Il vero scopo del sabotaggio, dunque, non era indebolire la Russia, ma «eliminare fisicamente la possibilità che la Germania comprasse gas naturale dalla Russia». Questo è ciò che Hersh ha portato alla luce dietro le quinte.

Ma l’Europa, riparata dalla forza militare americana, non ha la forza di criticare gli Stati Uniti. Dopo aver stretto il cappio intorno al proprio collo, i governi e i media occidentali fecero una cosa stupefacente: sostituirono il colpevole con le forze armate ucraine.

Il 7 marzo 2023 il New York Times riferì che «nuove informazioni d’intelligence esaminate da funzionari statunitensi fanno pensare che sia stato un gruppo filoucraino a compiere l’attacco». Lo stesso giorno il tedesco Die Zeit, in collaborazione con l’emittente pubblica ARD e altri, riferì sull’inchiesta sul Nord Stream con il titolo «La pista porta in Ucraina». L’11 novembre dello stesso anno il Washington Post riferì che un ufficiale ucraino aveva coordinato il sabotaggio. E così, stranamente, dal 2023 in poi prese forma un «modello», fatto di nient’altro che del clima dominante, in cui guadagnò terreno l’idea che la sola responsabile fosse l’Ucraina.

Poi, il 30 settembre 2025, la polizia polacca fermò un cittadino ucraino sospettato di aver preso parte all’attacco. È l’uomo ora incriminato. Il suo vero nome non è stato reso noto, e viene indicato come «Volodymyr Z.», un ex militare. Jeffrey Sachs, intanto, continua a insistere che non dobbiamo farci ingannare dal nuovo racconto dell’America. Con ogni probabilità, presentare l’attacco come opera della sola Ucraina è una manovra per portare altrove il nostro sguardo.

Oggi, tragicamente, il popolo ucraino viene usato come banco di prova per il giorno in cui l’Europa e la NATO combatteranno direttamente contro la Russia. Le più recenti armi a drone, le operazioni d’intelligence, le tattiche guidate dall’AI vengono tutte sperimentate con il sostegno dell’Europa e della NATO. A loro non importa quanti milioni di ucraini muoiano, quante città vengano rase al suolo, né se il paese sparisca del tutto. Questo «fatto gelido» è ciò che questa vicenda ci impone di vedere.

Tornando alla nostra parte di mondo, ieri, 6 luglio, un sottomarino cinese ha lanciato un missile balistico nel Pacifico, e il governo e i media giapponesi hanno reagito con furia. Governo e stampa parlano all’unisono di «provocazione», ma dobbiamo vederlo come un «avvertimento».

A differenza del Giappone, che continua a fare quel che vogliono gli Stati Uniti, la Cina ha ben chiaro chi sta alle spalle dell’Asia orientale. Nel pieno dello strano spettacolo di un Giappone che, chissà perché, celebra «i 250 anni dalla fondazione degli Stati Uniti», la Cina ha mandato con un missile un avvertimento inequivocabile. Inutile dire che era rivolto non al governo giapponese ma a quello americano. La Cina non degna della minima attenzione il governo giapponese, e ha recapitato il suo avvertimento direttamente al padrone del cane. In questo lancio è racchiuso un messaggio: «Smettete di destabilizzare l’Asia orientale». E mentre la tensione sale, il Giappone festeggia in pompa magna la fondazione del suo padrone. Questo fatto da solo rende evidente di chi siamo proprietà.

Il Giappone e Taiwan potrebbero essere diretti verso un futuro simile a quello dell’Ucraina: un futuro in cui non possiamo decidere delle nostre cose, in cui la sorte della nostra patria è nelle mani degli Stati Uniti e della NATO, lontani, e in cui veniamo usati come a loro piace. Ciò che noi giapponesi dobbiamo guardare in faccia ora è il fatto crudele che l’Ucraina è stata sacrificata come banco di prova per gli Stati Uniti e la NATO, e che la stessa cosa si sta avviando con passo sicuro verso Taiwan, e poi verso il Giappone, come prossimo teatro. A farla avanzare non sono né la Cina né la Russia.

Gli Stati Uniti, lontani come sono, sono liberi di vivere nella propria fantasia megalomane, dove Cina e Russia recitano la parte del «male». Ma per l’Ucraina, l’Europa, Taiwan, il Giappone e la penisola coreana quei paesi sono vicini, non un «male» assoluto con cui rifiutare dialogo e diplomazia. L’Europa ha già chiuso di propria iniziativa il dialogo e la diplomazia con la Russia, ha parlato di guerra diretta in termini che si possono solo definire folli, e per di più sferra attacchi dritti su Mosca attraverso l’Ucraina e altri. Di fatto, la NATO sta attaccando la Russia. La pazienza della Russia è vicina a spezzarsi, e si è giunti al punto che nel suo governo si discute apertamente di attacchi all’interno dell’Europa e perfino dell’uso di armi nucleari.

Il Giappone seguirà la stessa strada verso la rovina? Forse il momento della grande decisione è già passato.

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