KINEMA 2400Vol.11

TM MAGAZINE  7 luglio 2026

Kashiko Kawakita|la mediatrice della Towa che portò il cinema giapponese ai festival del mondo

Non fu regista, né attrice, né sceneggiatrice, eppure nessuno ha sorretto in silenzio l'ossatura della storia del cinema giapponese come Kashiko Kawakita. Portò le opere di Kenji Mizoguchi e Teinosuke Kinugasa ai festival di tutto il mondo e fece conoscere anche Yasujiro Ozu e Mikio Naruse, che fino ad allora non avevano attirato l'attenzione.

Di regola, i soli nomi che un film lascia dietro di sé sono quelli di chi lo fa e di chi lo gira. Eppure c’è una persona di cui si dice ancora oggi che, senza di lei, nessuno al mondo avrebbe mai visto il cinema giapponese.

Il cinema è un mezzo come ogni altro: c’è chi trasmette e c’è chi riceve. Il soggetto di questa puntata è la persona che si pose tra i due. Non fu regista, né attrice, e nemmeno sceneggiatrice. Eppure nessuno fece di più per sorreggere in silenzio l’impalcatura della storia del cinema giapponese e costruire ciò che abbiamo oggi. Il suo nome era Kashiko Kawakita.

Se attori come Koji Tsuruta e Ken Takakura, di cui ho scritto la volta scorsa, furono i simboli dell’epoca dei film ninkyo della Toei, i film di yakuza cavallereschi, e recitarono la «forma» che i giovani del loro tempo cercavano, Kashiko Kawakita fu una persona che diede tutta la vita per essere il recipiente che portava quella stessa «forma» nel mondo.

Non produsse mai un solo film, e non comparve mai in uno. Eppure i cineasti si fidarono di lei e la amarono più di chiunque altro, ed ella andò avanti fino alla fine della vita senza mai insuperbirsi. Per quanto fosse occupata, continuò a guardare film giapponesi, di autori celebri e sconosciuti, e a chiunque mostrasse delle promesse gettò ponti che aprivano occasioni senza fine. A sostenerla fu un solo desiderio, andato perduto nel Giappone di oggi: il desiderio di trasmettere ciò che è buono.

Moltissimi cineasti divennero noti al mondo grazie alla mano che Kashiko Kawakita tese loro, e fu lei ad aprire l’occasione e la possibilità che il cinema giapponese fosse riconosciuto a livello internazionale.

Nata nel 1908, Kashiko Kawakita studiò al Bunka Gakuin, la scuola fondata da Isaku Nishimura, Akiko Yosano e altri, ed era una donna di una cultura internazionale rara per il suo tempo. Poi venne l’evento che la portò nel mondo del cinema: nel 1929 sposò Nagamasa Kawakita.

Il padre di Nagamasa, Daijiro, era un ufficiale dell’esercito della stampa dei tairiku ronin, gli avventurieri giapponesi che cercavano fortuna sul continente asiatico, e cadde in Cina con le sue ambizioni incompiute. Nagamasa stesso passò la fanciullezza in Cina, studiò all’Università di Pechino e parlava correntemente il cinese. Nel 1928, l’anno prima di sposare Kashiko, fondò la Towa Shoji. L’azienda esiste ancora oggi come Toho-Towa, controllata della Toho. Dalla fondazione, l’attività della Towa non cambiò mai: selezionava opere d’arte di prim’ordine tra i film europei, le importava in Giappone e le distribuiva.

L’idea del «film d’arte» che la Towa portò con sé divenne la forza motrice che piantò negli spettatori giapponesi un nuovo senso estetico, il pensiero che il cinema potesse essere arte oltre che intrattenimento. Nel linguaggio della storia del cinema tali spettatori devoti si chiamano cinefili, e la coppia che allevò i cinefili del Giappone prebellico furono i Kawakita. Kashiko Kawakita, del resto, non era la semplice moglie del presidente della Towa. Era una socia nella conduzione dell’azienda, che univa il lavoro pratico al giudizio estetico: esperta di lingue, dotata di occhio per scegliere i film, pesava ogni sottotitolo e limava le parole della pubblicità.

Eppure, perché il suo talento servisse il mondo e gli altri, il Giappone doveva prima essere ridotto in cenere. Subito dopo la sconfitta la Towa si gettò di nuovo nel portare in Giappone i film del mondo, ma per un caso fu il traffico in senso opposto a incidere il suo nome nella storia del cinema. Venne ricordata non per aver portato film stranieri in Giappone, ma per aver portato film giapponesi all’estero.

Tutto cominciò con Rashomon (1950) di Akira Kurosawa, che nel 1951 fu il primo film giapponese a vincere il Leone d’oro, alla XII Mostra internazionale del cinema di Venezia. La persona che ne avviò la partecipazione fu Giuliana Stramigioli della Italiafilm. Dopo la laurea all’Università di Roma nel 1936, era venuta nel Giappone prebellico come studentessa di scambio, aveva studiato giapponese e storia dell’arte buddista in quella che oggi è l’Università di Kyoto, e durante la Seconda guerra mondiale aveva lavorato tra l’altro all’ambasciata italiana in Giappone.

Con l’approfondirsi dell’amicizia con la Stramigioli, Kashiko sentì che la sua vocazione era aprire ai film giapponesi una strada verso i festival del mondo e, attingendo alle relazioni che la sua cultura le aveva procurato, cominciò a portare nel mondo molti dei talenti del cinema giapponese.

Grazie all’opera di Kashiko Kawakita, Vita di O-Haru, donna galante (1952), I racconti della luna pallida d’agosto (1953) e L’intendente Sansho (1954) di Kenji Mizoguchi vinsero premi a Venezia uno dopo l’altro, e La porta dell’inferno (1953) di Teinosuke Kinugasa ottenne il Grand Prix al VII Festival di Cannes nel 1954. Mentre i cineasti si insuperbivano di questi successi, soltanto Kashiko Kawakita seppe tenersi a freno. Scelse i film a uno a uno, vi aggiunse i sottotitoli, trattò di persona con i festival e viaggiò all’estero al fianco dei registi, tenendo fino in fondo gli occhi su «una sola persona» e dedicandosi con tutto il cuore.

Divenne la persona di cui i cineasti occidentali si fidavano più di ogni altra, e fu amata da loro come Madame Kawakita. Anche gli studi giapponesi presero ad affidarsi a lei, donna formidabile di cui dicevano: «Se lo lasciamo a lei, non può andare storto nulla». Una mediatrice che gode della fiducia in patria come all’estero è la figura più importante di tutte.

Kashiko Kawakita si spinse ancora oltre, facendo conoscere al mondo, uno dopo l’altro, registi che erano rimasti in ombra rispetto a figure di fama internazionale come Akira Kurosawa e Kenji Mizoguchi e che non attiravano alcuna attenzione. Tra quelli che divennero noti all’estero attraverso le sue mani ci furono Yasujiro Ozu e Mikio Naruse.

Nel cinema come altrove, il lavoro del mediatore non è un semplice commercio di importazioni ed esportazioni. Trasmettere un film significa tradurre, offrire e passare ad altri letteralmente tutto ciò che un paese ha portato con sé, la sua storia, la cultura, la sensibilità, lo spirito e la filosofia, e questo richiede un’arte di straordinaria finezza.

Assolto quel ruolo, Kashiko Kawakita continuò a collegare il Giappone al mondo e nello stesso tempo si dedicò a qualcosa di vitale a cui allora in Giappone nessuno badava: la conservazione dei film. In tutto questo, «un altro filo» destinato a simboleggiare la sua vita si intrecciò profondamente con il movimento di proiezione dei film d’arte portato avanti dalla Towa. Ve ne parlerò la prossima volta.

TM MAGAZINE, il settimanale del filosofo Takahiro Mitsui

Gratis, ogni martedì alle 17:00, ora del Giappone, in italiano. Tre serie, direttamente nella tua casella di posta.