TM MAGAZINE 13 ottobre 2026
L'inishi degli Yayoi di Doigahama|la via degli antenati e le reti di scambio del mare
Gli Yayoi di Doigahama deposero i loro morti rivolti verso «la via per cui erano venuti gli antenati». Iha Fuyu disse che la parola delle Ryukyu «inishi» significa «la via per cui vennero gli antenati». La direzione in cui guardavano dopo la sepoltura gli Yayoi di Doigahama non era semplicemente «ovest (nordovest)», ma il loro «inishi».
La settimana scorsa abbiamo visto che gli Yayoi trovati nel sito di Doigahama, che si affaccia sul bel mare di Hibiki nella prefettura di Yamaguchi, potrebbero avere antenati comuni con le antiche genti dello Shandong, al di là del mare. Si pensa però che entrambi i gruppi non siano riusciti a sopravvivere nella storia, e forse non sapremo mai di loro più di questo.
Eppure mi sembra che le domande sollevate negli anni dai ricercatori di Doigahama stiano spostando in silenzio ma con costanza non solo la nostra idea dei giapponesi come popolo, ma la storia stessa in cui crediamo. Al di là di teorie facili e accattivanti come il modello della tripla struttura dei giapponesi, sento che in ciò che sollevano giace dormiente molta storia importante, a cui nessuno ha ancora pensato fino in fondo.
Ciò che a Doigahama merita un’attenzione particolare è che gli Yayoi di quel luogo portavano ornamenti fatti di conchiglie gohoura e di coni, che si trovano soltanto a Okinawa e nelle altre isole della catena Nansei. Ornamenti di questo tipo viaggiarono fino alle tribù del lontano Hokkaido, diffondendosi come ad avvolgere l’arcipelago giapponese. Ciò implica che una vasta rete di scambi, con la costa del Mar del Giappone come asse, era già compiuta nel periodo Yayoi. Per dirla più francamente, questa rete prese forma e si compì nel periodo Jomon, e probabilmente non fu opera degli immigrati.
Come ho già ricordato, alcuni studi suggeriscono che gli Yayoi del Kyushu nordoccidentale e gli Yayoi trovati a Miyakojima, a Okinawa, fossero quasi uno stesso popolo. Alla luce di ciò, sembra che abbiano percorso il mare su un’area molto più ampia di quanto immaginiamo, mescolandosi di continuo ovunque andassero.
Forse gli Yayoi immigrati approdati in ogni parte dell’arcipelago giapponese furono trasportati e mescolati dai popoli del mare Jomon, che si muovevano sul mare a loro piacimento. O, per spingersi oltre, forse attraversarono il mare e arrivarono nell’arcipelago con l’aiuto di quei popoli del mare Jomon. Se così fosse, la visione convenzionale della storia va guardata nelle due direzioni. Io non mi fido già in partenza della rotta di immigrazione a senso unico dalla penisola coreana meridionale al Kyushu settentrionale. Ma il mio interesse, nello stesso tempo, sta altrove.
Che la tribù di Doigahama fosse immigrata è certo. Da nuovi arrivati, dunque, non poterono partecipare molto ai benefici degli scambi esistenti. E in effetti, nonostante la lunga storia delle ricerche a Doigahama, delle loro usanze non si sa quasi nulla, nemmeno se praticassero la coltivazione del riso. Le sole certezze sono gli scheletri, molti dei quali deposti con la testa a est (sudest) in una fila stranamente uniforme, e le informazioni genomiche analizzate da uno di essi.
Io, almeno, credo che sapessero esattamente chi erano e da dove venivano. Perché deposero deliberatamente i loro morti rivolti verso «la via percorsa dagli antenati». L’aver deposto le ossa nella stessa direzione rende molto probabile che non solo i morti, ma anche i vivi guardassero in quella stessa direzione quando compivano riti e atti di culto. Il loro ostinato «sguardo a nordovest», credo, esprime la loro stessa origine.
L’antica parola che esprimeva questa origine sopravvisse a lungo, in seguito, a Okinawa. È il suono inishi. Nel giapponese moderno nishi ha finito per significare ovest, la direzione, ma a Okinawa nishi indica più spesso il nord. L’enigma fu risolto molto tempo fa da Iha Fuyu, il fondatore degli studi di folclore delle Ryukyu, il quale spiegò che la parola delle Ryukyu inishi indica «la via per cui vennero gli antenati».
Nishi, in altre parole, in origine non era fissato all’ovest. Esprimeva la via per cui erano venuti gli antenati, e così, naturalmente, dove ogni tribù aveva antenati diversi cambiava da tribù a tribù quanto alla direzione. Si pensi a dove si trovava una data tribù in un dato momento e da dove veniva, e affiora un mondo plurale che il solo arcipelago giapponese non basta a riassumere. Anche con gli stessi antenati, quando cambia il luogo cambia tutto. In altre parole, la mia congettura attuale è che loro «sapessero» da dove venivano, e custodissero quella memoria nella direzione verso cui si volgevano durante i riti e il culto.
In effetti il mito ci dice che Kamuyamato Iwarebiko, che si dice sia salito al trono come primo imperatore, Jimmu, veniva dalla provincia di Hyuga. Il nome significa «la terra che guarda il sole», cioè una terra a ovest che riceve la luce del sole che sorge a est, e non può essere stato soltanto l’antico nome dell’odierna prefettura di Miyazaki. Di terre di Himuka dovettero essercene molte. Il racconto della discesa dal cielo di Ninigi nel Kojiki e nel Nihon Shoki, anzi, narra apertamente il loro inishi.
Se dunque ci limitiamo a una particolare linea di antenati delle Ryukyu (non agli abitanti delle Ryukyu in generale), la parola nishi porta oggi la memoria di alcuni di loro che si mossero verso sud, soprattutto da nord. Conserva un’antica memoria dell’approdo alle isole di Okinawa passando per il Kyushu meridionale e Amami Oshima, e probabilmente non era un suono limitato ad Amami e alle Ryukyu. Credo fosse una parola usata dagli Yayoi. Ma con l’espandersi della corte a partire da Yamato, le vecchie parole furono via via sostituite, e nelle isole principali inishi o cadde in disuso a un certo punto, o forse, dopo l’arrivo del buddismo, si fuse con l’attuale senso direzionale di «ovest».
Il fondamento di ciò si vede nel fatto che nishi, l’ovest visto da Yamato, era per la famiglia imperiale e per certi clan il luogo da cui partirono gli antenati imperiali (l’odierna Miyazaki), che in seguito fu chiamato provincia di Hyuga. Forse anche le parole antiche si diffusero di luogo in luogo lungo le rotte di scambio che ho descritto sopra.
Se questa parola ha la sua sorgente intorno al periodo Yayoi, allora la direzione in cui guardavano dopo la sepoltura gli Yayoi di Doigahama non era semplicemente «ovest (nordovest)» ma, per loro, il loro inishi. E poiché quella direzione punta verso la penisola dello Shandong, e la ricerca congiunta con la parte dello Shandong ha rivelato la loro stretta affinità, potrebbero essere state le ultime figure, in Asia orientale, di un gruppo oggi estinto.
Stando in quel luogo, lasciando vagare i pensieri, guardavo dalla spiaggia di Doigahama verso il loro inishi, e d’un tratto mi sono accorto che la maggior parte dei rifiuti spiaggiati intorno a me portava scritte in cinese. Guardando da vicino, ho scoperto che quasi tutti erano arrivati dalla provincia del Zhejiang. Il Zhejiang si trova appena sotto Shanghai, a sud dello Shandong. In termini giapponesi, sta all’incirca dove sta Amami, affacciato sul Mar Cinese Orientale.
Se a Doigahama arrivano rifiuti dal Zhejiang, allora, quali che siano le molte condizioni, è assai probabile che le correnti si colleghino fin qui. E gli Yayoi del Kyushu nordoccidentale somigliano al tipo trovato a Miyakojima, a Okinawa, e le conchiglie della regione di Okinawa furono portate lungo la rete di scambi fino allo Hokkaido. Questi sono fatti.
Quando pensiamo a un’epoca che possedeva una rete marittima di scambi così vasta, dobbiamo cambiare alla radice il nostro modo di pensare. Il vero problema della storia non sta in ciò che è vero o falso, ma nelle idee fisse delle persone che vivono in ogni età.
Perché ciò che gli Yayoi di Doigahama suggeriscono è che la rete di scambi del mare non era confinata al «Giappone» in senso geopolitico, da Okinawa allo Hokkaido. Possiamo supporre senza difficoltà che potesse ben raggiungere il Zhejiang, Shanghai e lo Shandong. Allora non esistevano divisioni geopolitiche come le nostre, quindi dobbiamo considerare questa possibilità. Il mare non apparteneva a nessuno. Era completamente aperto.
Doigahama, un quieto tratto di costa nella prefettura di Yamaguchi. In lontananza galleggia Tsunoshima, dove arrivano molti turisti, ma qui il silenzio è sorprendente. I molti scheletri trovati qui, volti 2.300 anni fa verso la penisola dello Shandong, e i rifiuti che ancora oggi arrivano alla deriva dal lontano Zhejiang, in Cina.
Ai miei occhi questo contrasto è di una sola natura, e non posso fare a meno di sentire che le due cose si sovrappongono. Se arrivano i rifiuti, arrivano anche le persone. Mi sembra che i nostri antenati ci dicano di guardare di nuovo, e a fondo, la forza naturale delle correnti.