KINEMA 2400Vol.22

TM MAGAZINE  22 settembre 2026

Yasujiro Ozu trovò sul campo di battaglia il mu inciso sulla sua tomba

Sulla tomba di Yasujiro Ozu, all'Engaku-ji di Kita-Kamakura, è inciso un solo carattere, mu, il nulla. Quel mu non fu una bella conclusione raggiunta negli ultimi anni: lo trovò sul campo di battaglia. Per i diciassette anni che seguirono Ozu non girò un solo film di guerra e continuò a filmare ciò che resta dopo che le persone se ne sono andate.

Per consuetudine, sulle lapidi giapponesi si incide «Tomba della famiglia Tal dei Tali», garanzia della continuità della stirpe. Ma sul colle dell’Engaku-ji, a Kita-Kamakura, una pietra di granito nero a forma di schermo cinematografico porta soltanto un carattere, mu (無), «il nulla». Lo incise il maestro zen Sogen Asahina, allora abate capo dell’Engaku-ji, e l’uomo che vi è sepolto, si dice, glielo aveva chiesto quando era ancora in vita.

Quell’uomo di cinema si chiamava Yasujiro Ozu. Questo cuore che cancellò il nome della famiglia e lasciò soltanto un carattere di negazione esprimeva la lotta feroce di tutta la vita di Ozu. Per Ozu il mu non fu una bella conclusione raggiunta in vecchiaia, come può esserlo per un monaco zen. Lo trovò, alla lettera, sul campo di battaglia.

Dei cineasti di quest’epoca non si può parlare senza la guerra. Il 10 settembre 1937, appena finita la sceneggiatura di C’era un padre (Chichi ariki), Ozu ricevette la cartolina di precetto e fu assegnato alla 2ª compagnia gas da campo, un reparto che maneggiava armi a gas tossico. Sbarcò a Shanghai da soldato, combatté a Xuzhou, Nanjing, Hankou e Nanchang, e nel giugno 1938 fu promosso sergente. Passò un anno e dieci mesi di guerra in terra straniera, e nel mezzo di quel tempo il suo amico fraterno Sadao Yamanaka, incapace di reggere al fronte, si ammalò e morì.

La perdita di Yamanaka, cineasta di genio, gettò un’ombra pesante sul cinema giapponese di allora, e nessuno ne fu più annientato di Ozu. Di stanza a Nanjing, Ozu visitò un tempio in rovina chiamato Jiming, sul colle dietro la caserma. Vi trovò un monaco residente di nome Niku, e si dice che si sia fatto scrivere da lui il solo carattere mu. Non solo: lo spedì a Kenji Mizoguchi, il celebre cineasta giapponese.

In parole povere, la mano che faceva film era diventata la mano di un sergente alla testa di un reparto di gas tossici, e con quella stessa mano riceveva un carattere zen e lo mandava a un cineasta in patria come un elegante enigma zen. Il mese seguente Sadao Yamanaka morì di malattia al fronte, a Kaifeng. Si racconta che, alla notizia, Ozu non parlò per giorni. Il carattere mu gli si rivelò tra le mani proprio nel mezzo di un tempo simile. Non vi arrivò come a un’idea zen.

La guerra, per Ozu, ebbe d’altra parte un doppio significato. Nel giugno 1943 andò a Singapore, stavolta come membro della sezione cinematografica dell’ufficio stampa dell’esercito. Lo scopo era girare un film di propaganda, ma la situazione bellica peggiorò tanto che di riprese non si poté neppure parlare, e il progetto rimase sospeso e finì nel nulla.

Ciò che fece quando girare divenne impossibile fu guardare più di cento film occidentali, banditi come film nemici, in una sala di proiezione destinata alla censura. Con il pretesto della censura, insomma, si guadagnò il tempo per immergersi nel cinema del nemico. Dopo la sconfitta fu rinchiuso in un campo a Jurong, dove lesse a fondo il Taiheiki, lo Heike monogatari e il Kokin wakashu, scrisse haiku, e nel febbraio 1946 tornò a casa.

Rimettere piede sul suolo natale era, per quel tempo, un colpo di fortuna. Nessuno sa quanti cineasti morirono in quegli anni. Tra i morti forse c’erano registi e attori che avrebbero segnato il dopoguerra. In mezzo a tutto questo, chi era sopravvissuto doveva continuare a vivere.

Un uomo di cinema andò in guerra due volte, stette dalla parte dei carnefici, perse l’amico, fu sopraffatto dai film del nemico, lesse i classici giapponesi in un campo di prigionia e tornò a casa. Per i diciassette anni che seguirono non girò un solo film di guerra. Che cosa lascia questo fatto a noi che viviamo dopo di lui? Pensarci fino in fondo è forse una delle cose da tenere presenti quando si guardano i film di Ozu.

Perché nei film di Ozu la guerra non è assente: è posta dentro la vita quotidiana come un’ombra che cade. Nel celebre Viaggio a Tokyo (Tokyo monogatari, 1953), Noriko, interpretata da Setsuko Hara, è la vedova del secondogenito, caduto in guerra. Quel figlio non compare mai sullo schermo. Compaiono soltanto la sua fotografia, la stanchezza di una donna che dopo otto anni non si è ancora risposata e non può dirlo a nessuno, e il sospiro di una madre convinta che lui sia ancora vivo da qualche parte.

In Viaggio a Tokyo, che i due vecchi coniugi saliti a Tokyo diventino a poco a poco un fastidio, tendiamo a leggerlo come freddezza dei figli. Ma ciò che è davvero vuoto è il posto in cui avrebbe dovuto sedere il figlio perduto. Ozu, in altre parole, fu uno che continuò a filmare ciò che resta dopo che le persone se ne sono andate. Per mostrare lo stato in cui qualcosa è assente, bisogna prima costruire con esattezza il tempo in cui quel qualcosa era presente. L’inquietante rigore di Ozu sembra nato per questa preparazione.

Ozu morì di cancro il 12 dicembre 1963, il giorno del suo sessantesimo compleanno. L’anno prima aveva accompagnato alla fine la madre, con cui aveva vissuto tutta la vita. L’anno seguente sarebbero arrivate le Olimpiadi di Tokyo, la nazione avrebbe guardato in alto, le famiglie si sarebbero disperse nei grandi caseggiati e sarebbe cominciata un’epoca in cui la televisione occupava il soggiorno; ma la sua vita finì appena prima. Non riesco a vedere come un puro caso che Ozu sia morto senza vedere compiuta la grande crescita economica. Fu uno che filmò il disfarsi della casa, non il paesaggio a disfacimento compiuto.

I cineasti più avanzati mostrano sempre ciò che sta davanti al loro tempo e, compiuta la loro opera, si ritirano in silenzio dalla scena. L’istante in cui il Giappone ha perso di vista «qualcosa» è sicuramente racchiuso nei suoi film. Il nome buddista riportato nel registro funebre è Donge-in Tatsudo Joan Koji. Donge indica l’udumbara, il fiore che si dice sbocci una sola volta ogni tremila anni. Poiché anche la cosa più comune non apparirà mai più, le cose di questo mondo sono infinitamente preziose. Il riconoscimento che una cosa è preziosa perché non apparirà mai più e il mu sulla pietra tombale sono semplicemente una sola e medesima verità, detta dai suoi due lati.

Una vita attraversata dal mu resta incisa nella pellicola e ancora oggi, a distanza di tanti anni, dice alle persone qualcosa di importante. Ciò che i film di Ozu esprimono è senz’altro quanto abbiamo di più prezioso, proprio ciò che non si posa nelle nostre mani per quanto ci dibattiamo.

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