La foresta del pensieroVol.6

TM MAGAZINE  2 giugno 2026

Masahiro Yasuoka e l'uomo dabbene del villaggio, ladro della virtù|come il cittadino modello che non urta nessuno corrode la società

Masahiro Yasuoka indicò tra le malattie del presente la «scorrevolezza» di chi pensa solo a cavarsela nel mondo e la scaltrezza, e concluse: «L'uomo dabbene del villaggio è il ladro della virtù». Il cittadino modello che non fa nulla di male, non urta nessuno, è benvoluto dalla società e conduce una vita liscia corrode il tutto senza che nessuno se ne guardi.

Masahiro Yasuoka, lo studioso confuciano che agì dietro le quinte della politica e dell’economia del dopoguerra come eminenza grigia ed esercitò la sua influenza in ogni direzione, è la figura della storia giapponese che ammiro di più. Ha lasciato moltissime parole che sembrano aver visto arrivare questa età confusa.

Yasuoka diagnosticò la malattia del mondo del suo tempo con una serie di contrasti, opponendo la scorrevolezza alla lealtà e alla buona fede, il farsi avanti all’integrità, la scaltrezza alla semplice rettitudine, la lettera della legge al ragionamento morale, le apparenze esteriori ai moti del cuore, il conformismo a chi non si piega. Con queste coppie mostrò fino a che punto il cuore moderno fosse decaduto, e concluse che quel decadimento sfocia in un disordine in cui le persone vagano tra la vita e la morte.

Dall’era Meiji in poi i giapponesi non hanno più avuto occasione di imparare il confucianesimo, e tutto questo può suonare astruso. Il suo vero significato, però, è semplice e chiaro, e studiare il confucianesimo è indispensabile se vogliamo ritrovare la calma. Stavolta, dunque, lo percorrerò con parole che tutti possiamo capire.

Ecco che cosa scrisse.

Il male dei costumi di oggi è che ci si adopera per la scorrevolezza e si tengono in poco conto la lealtà e la buona fede. Si apprezza il farsi avanti e si disprezza l’integrità, si dà valore alla scaltrezza e si trascura la semplice rettitudine. Si cavilla sulla lettera della legge e si tralascia il ragionamento morale, si discute delle apparenze esteriori e si dimenticano i moti del cuore, si onora il conformismo e si guarda dall’alto in basso chi non si piega. Queste abitudini sono radicate da tempo. L’uomo dabbene del villaggio è davvero il ladro della virtù. Di chi oggi sta al di sopra degli altri, la sola preoccupazione è che manchi di sincerità. Se ci si propone di ravvivare i costumi del tempo a partire da un cuore sincero, tutto ciò che sta sotto il cielo risponderà senz’altro all’unisono.

Masahiro Yasuoka, Denshuroku (Istruzioni per la pratica)

«Adoperarsi per la scorrevolezza e tenere in poco conto la lealtà e la buona fede» descrive chi pensa solo a cavarsela nel mondo e perde la sincerità e la buona fede con cui si incontra davvero un altro essere umano. A forza di inseguire la capacità di piacere a tutti e di passare ovunque, si diventa abili nel trattare i problemi in generale, mentre la dedizione che si impegna senza riserve per una persona o una convinzione precisa, e la buona fede che non si piega facilmente, si assottigliano.

Per molti il culto dei titoli di studio e la fame di stabilità saranno forse difficili da evitare, ma se si pende troppo da quella parte non nasce mai la risolutezza di dare un’intera vita a un solo lavoro. Cercare di piacere a tutti procura certo un consenso generale, ma il prezzo del non offendere nessuno è il non affrontare davvero nessuno. Chi vive troppo largamente e troppo superficialmente vede avvizzire la lealtà che si dà in profondità a una sola persona. In un’età stabile potrebbe anche passare. L’insegnamento, però, è che nel momento in cui si entra in un periodo di disordine, in cui le vecchie regole non valgono più, queste persone perdono il terreno sotto i piedi e, senza accorgersene, si ritrovano con nessuno intorno.

Noi che viviamo il vero arrivo dell’IA e di una società automatizzata siamo proprio quelli che hanno più bisogno di prendere a cuore queste parole. La scorrevolezza sarà in gran parte assunta dall’IA e dall’automazione e, se gli esseri umani non si volgeranno a una vita di lealtà e buona fede, rischiamo di cadere in ciò che Yuval Noah Harari, lo storico noto per Sapiens e altri libri, chiama la «classe inutile». La via d’uscita comincia dallo stare di fronte a una sola persona. È proprio ciò che l’età moderna, tesa alla sola efficienza, ha trascurato, e il prezzo è stato che le persone capaci di darsi interamente per un solo altro sono quasi scomparse.

Viene poi «apprezzare il farsi avanti e disprezzare l’integrità». Farsi avanti, qui, non significa una sana intraprendenza. Significa manovrare per sfruttare il momento in cui l’altro è indifeso, e Yasuoka indica il problema di una simile manovra posta al di sopra dell’integrità. L’espressione «puro e senza macchia» sta rapidamente diventando una formula morta, e viviamo ormai in una condizione in cui molti scansano gli altri per prendersi il vantaggio tutto per sé. È la logica del «purché io stia bene», un modo di vivere egocentrico che cancella del tutto dalle possibilità il dare agli altri.

Questa condizione è oggi al suo culmine, e spinge inevitabilmente le persone a trascinarsi a vicenda verso il basso. La sfiducia reciproca si diffonde finché nessuno può più fidarsi di nessuno, e tanto la vita del singolo quanto il futuro della nazione cadono in declino. Si dice che non ci sia nulla da fare, che battere gli altri in astuzia sia il prezzo della sopravvivenza sociale, ma tolta l’integrità, che cosa resta di un essere umano? L’importante, però, è che nessuno è puro e senza macchia dalla nascita alla morte. L’integrità comincia nel momento in cui si decide di vivere così, e significa vivere nell’aspirazione a restare puri e senza macchia fino al giorno in cui si muore. Questo è vivere davvero.

Viene poi «dare valore alla scaltrezza e trascurare la semplice rettitudine». Kenko (儇狡) significa astuzia. Si apprezzano soltanto il saperci fare e la furbizia di chi batte gli altri in astuzia, mentre la semplice rettitudine, cioè il vivere onestamente con se stessi, è presa alla leggera. Il detto secondo cui l’onestà ti rende soltanto uno sciocco è antico, ma ora ne abbiamo raggiunto l’estremo. Per di più, l’onestà di oggi si è convertita in onestà verso la società, una sorta di fedeltà a essa, e sono rari coloro che cercano di essere sinceri e veritieri fino in fondo con se stessi. L’onestà non è qualcosa che si esegue per la società o per gli altri. Dev’essere una questione interiore, una questione del proprio io.

«Cavillare sulla lettera della legge e tralasciare il ragionamento morale» significa che tutti sono abili nel fingere di criticare il sistema giuridico e nel fingere di discutere della società, mentre la domanda essenziale, che cosa sia davvero bene, resta ignorata. Ancora oggi è comune vedere i cosiddetti intellettuali accumulare opinioni poco fondate nei mass media e sui social, e ora che la voce del singolo arriva tanto più lontano, lo stesso può accadere a chiunque. Ciò che in tutto questo è venuto meno è la responsabilità verso il futuro, e la volontà di crearlo.

Prendiamo gli anni dell’anteguerra. Gli intellettuali che lodavano il militarismo e avallavano le menzogne annunciate dal Quartier generale imperiale denunciavano a gran voce le «belve demoniache d’America e d’Inghilterra», eppure subito dopo la trasmissione della Voce del Gioiello, con cui l’imperatore Hirohito annunciò la resa, dichiararono di essere stati ingannati e cominciarono a proclamarsi a gran voce «filoamericani e filoinglesi» e paladini della «democrazia». Il movimento studentesco della fine degli anni Sessanta seguì lo stesso corso. Subito dopo la sconfitta nel conflitto dell’Università di Tokyo, la battaglia emblematica del movimento, gli studenti trattarono tutta la loro lotta come se non fosse mai avvenuta, annunciarono il giorno dopo che avrebbero cercato un impiego e divennero, alla lettera, il motore che installò nella società proprio il male che avrebbero dovuto combattere. Lo stesso accadrà anche stavolta. Verrà sicuramente il giorno in cui coloro che ora pontificano con grande influenza diranno: «Siamo stati ingannati».

«Discutere delle apparenze esteriori e dimenticare i moti del cuore» significa che si discute soltanto di come le cose appaiono e di come sono presentate, mentre non si pone mai la domanda su quale spirito muova davvero una persona. Il branding di sé pensato per attirare l’attenzione rientra in questa categoria. Se una persona stia affrontando onestamente se stessa e, a partire da lì, quali ideali abbia e come viva, non viene chiesto affatto.

«Onorare il conformismo e guardare dall’alto in basso chi non si piega» significa che si stima soltanto l’adeguarsi all’aria che tira nella stanza, mentre chiunque tenga fermi i princìpi, anche a costo di farsi nemici tutti e restare solo, è trattato come un fastidio. Kenkai (狷介), l’integrità che non si piega, è una bella parola. Nomina l’atteggiamento di chi custodisce la risolutezza raggiunta in fondo alla riflessione su se stesso, e di chi agisce in base a essa. È questa la «vera libertà» in senso confuciano, e fino al periodo Edo e ai primi anni di Meiji il Giappone aveva un buon numero di persone di tale carattere. Questa è la definizione propria, originaria, giapponese di libertà.

Esposto tutto questo, Yasuoka introduce un verso che viene dai Dialoghi, il testo sacro del confucianesimo, e chiude con «l’uomo dabbene del villaggio è il ladro della virtù». L’uomo dabbene del villaggio, il kyogen (郷愿), è il cittadino modello che non fa nulla di male, non urta nessuno, è benvoluto dalla società e conduce una vita liscia e gradevole. Per «cittadino modello» intendo qualcuno che vuole così tanto essere buono da scivolare nell’ipocrisia. Queste persone sono apprezzate dalla società, soprattutto in un’età di burocrazia, ma poiché non si assumono alcuna responsabilità e non si fanno carico di nulla, i problemi vengono sempre rimandati.

Poiché fanno del non agitare le acque il bene supremo, in una società burocratica dove la loro influenza è forte il criterio stesso del bene e del male viene svuotato. Per questo Confucio insegnò che la virtù, il bene umano supremo che il confucianesimo ha stimato sopra ogni cosa fin dai suoi tempi, è rubata dai cittadini modello. Detto altrimenti, è un insegnamento vecchio di più di duemila anni. Il male evidente lo si può tenere a bada; il vero problema è l’ipocrita con il volto dell’uomo buono, che rode il tutto senza mai destare sospetti finché, alla fine, ogni cosa è destinata a crollare.

Yasuoka poi riassume: «Come urgenze del presente vi sono inoltre tre mali: il grave abuso di titoli e cariche, la grave trascuratezza delle nomine, la grave fretta di risultati». Meiki no tairan (名器の太濫), il grave abuso di titoli e cariche, è l’oltraggiosa irresponsabilità di burocrati e funzionari. Senyo no taikotsu (選用の太忽), la grave trascuratezza delle nomine, è il misero personale di ripiego di nazioni, aziende e organizzazioni. Kyuko no taisoku (求効の太速), la grave fretta di risultati, è la pretesa eccessiva di ritorni immediati. Con questi tre mali chi sta in cima si corrompe, e il cuore delle persone si inaridisce. Il carattere 太, qui, indica l’eccesso.

Viviamo tempi turbolenti, e per il bene del futuro è essenziale che impariamo molto dal confucianesimo, che i giapponesi riprendano di nuovo su di sé la responsabilità e che ciascuno di noi viva la propria vita fino in fondo. Dalla posizione ovvia per cui il Giappone non è l’Occidente e i giapponesi non sono occidentali, ho sempre criticato la modernizzazione, cioè l’occidentalizzazione, in corso dall’era Meiji. Credo che la missione affidata ai giapponesi sia restituire la modernità all’Occidente. In altre parole, mentre i cinque secoli di egemonia cominciati con l’età delle scoperte volgono al termine, e l’Occidente, per paura di rinunciare ai suoi privilegi, perde il terreno sotto i piedi, non potrebbero essere i giapponesi a dire all’Occidente che sulla modernità è calato il sipario?

Piuttosto che delle idee occidentali, che ci restano estranee, faremmo molto meglio a imparare dal confucianesimo, che ci è familiare e sa commuoverci nel profondo. Sarà il primo passo verso la rinascita dei giapponesi, e la via per la quale, nei prossimi decenni, arriveremo a una restaurazione nella seconda metà del XXI secolo.

La volontà e i sentimenti di chi ha vissuto la propria vita fino in fondo, con tutto il cuore, e ha combattuto fino all’ultimo respiro non si spengono mai. Dimorano nel mondo e, quando alla fine compare un successore, prendono possesso di lui. La storia non è ciò che i documenti registrano. È stata nutrita dall’eredità di questa volontà «invisibile».

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