TM MAGAZINE 28 luglio 2026
Imparare è risvegliarsi|come la glossa di Xu Shen e l'imitazione di Zhu Xi spaccarono in due il confucianesimo
Lo Shuowen Jiezi spiega il carattere originario di imparare, 斅, come «risveglio». Imparare era risvegliarsi. Zhu Xi, però, nei suoi Commentari raccolti ai Dialoghi assegnò a imparare il carattere 效 e lo lesse come imitare la condotta di chi si è risvegliato per primo. La differenza di una sola glossa divenne il nucleo della grande disputa confuciana.
Imparare, gaku (学). Che cosa voleva dire in origine questa sola parola?
Trovo sempre interessante che le parole che crediamo di conoscere siano spesso quelle che conosciamo meno. Questa parola sembra riassumerlo meglio di ogni altra.
Chiedete oggi che cosa significhi, e quasi tutti risponderanno che è l’acquisizione di conoscenze e capacità, cioè l’essere istruiti. Questo modo di pensare non è certo sbagliato. Eppure esiste una corrente di pensiero che ha lottato duramente per alcune migliaia di anni con la domanda su che cosa sia imparare.
Quella corrente è il confucianesimo.
Perché il confucianesimo continuò a indagare con tanta intensità sull’«imparare»? Dietro c’è Confucio (551-479 a.C.), il saggio del confucianesimo. Dei venti libri dei Dialoghi, che si dice conservino le sue parole, la primissima parola è «imparare». I Dialoghi tramandano diverse centinaia di detti di Confucio, ma perché fu messo per primo proprio questo? Nessuna ragione ci è giunta, e le intenzioni della scuola che compilò i Dialoghi non sono sopravvissute.
Il confucianesimo fu poi chiamato con molti nomi: il sapere dei Ru, il sapere della Via, il sapere dei saggi, il sapere di Cheng-Zhu (noto in Giappone come Shushigaku), il sapere di Wang (noto in Giappone come Yomeigaku). Eppure in ognuno di essi, alla fine o al centro, è inciso il carattere dell’imparare. È qui che comincia il fascino del confucianesimo. Lo si chiama spesso una religione, Jukyo, la dottrina confuciana, ma è Jugaku, un sapere, non una dottrina. Non è un semplice gioco di parole. Che sia «sapere» e non «dottrina» è il lascito spirituale costruito dal confucianesimo a partire da Confucio.
Per questo non possiamo vederne il vero intento senza interrogare l’«imparare». Il primo verso del primo capitolo dei Dialoghi comincia con «xue er shi xi zhi» (学而時習之), «imparare e a tempo debito esercitarsi in ciò che si è imparato», e il libro prende il titolo, «Xue Er», da queste parole d’apertura. Tutto il problema del confucianesimo è che ciò a cui si riferiva l’unica parola «imparare» non fu mai fissato fin dall’inizio. Nello Shuowen Jiezi, il più antico dizionario di caratteri cinesi, compilato intorno all’anno 100, l’autore Xu Shen (58-147) spiega così la forma originaria del carattere di imparare, xiao (斅).
Xiao è kakugo, risveglio.
Kakugo in origine non significava farsi forza. Significava svegliarsi, accorgersi di ciò che non si sapeva. Svegliarsi e accorgersi di ciò che non si sapeva, e poi vivere in accordo con esso. Credo che sia questa disposizione del vivere ad essere arrivata fino a noi come kakugo nel senso di ferma risolutezza. Anche il Baihu tong, pure degli Han posteriori, dice quasi la stessa cosa: «imparare significa risvegliarsi, perché è risvegliarsi a ciò che non si è ancora conosciuto».
Nelle glosse della dinastia Han imparare era risveglio, e imparare si intendeva come svegliarsi.
Più di mille anni dopo, però, mentre la Cina passava per le grandi età culturali dei Tang e dei Song, questa interpretazione cambiò profondamente con l’arrivo di Zhu Xi (1130-1200), che avrebbe avuto un’influenza immensa sul sistema degli shogun e dei domini del Giappone di Edo. All’inizio stesso dei suoi Commentari raccolti ai Dialoghi, nella nota proprio su «imparare», Zhu Xi vi assegnò non il risveglio ma un carattere diverso.
Imparare significa xiao (效), emulare. La natura umana è tutta buona, ma nel risveglio alcuni vengono prima e altri dopo.
Vediamo di sciogliere la frase. Il carattere xiao (效) significa copiare, seguire l’esempio. Zhu Xi interpretò imparare non come svegliarsi da sé ma come «imitare la condotta di chi si è risvegliato per primo». Certo, Zhu Xi non gettò via il risveglio. Ma come mostrano le sue parole, «nel risveglio alcuni vengono prima e altri dopo», introdusse nel risveglio un ordine. E a causa del pensiero di Zhu Xi, che ebbe allora un immenso potere e divenne perfino la filosofia dello Stato, si finì per intendere che chi si risveglia dopo può giungere al risveglio soltanto imitando chi si è risvegliato per primo.
Che cosa spostò questa sola mossa? Il luogo in cui sta il saggio, la più alta realizzazione del confucianesimo. Riassumo le due correnti in cui si divise.
◯ Se imparare è risveglio, ciò a cui bisogna svegliarsi sta dentro di sé
◯ Se imparare è emulazione, ciò che bisogna imitare sta fuori di sé
È la differenza di una sola glossa su una sola parola. Eppure questa differenza di una parola divenne poi il nucleo delle grandi dispute del confucianesimo. Proprio nel mezzo di quella confusione apparve Wang Shouren, noto come Wang Yangming (1472-1529), della dinastia Ming. Egli rese vana l’argomentazione di Zhu Xi e risalì tutto d’un colpo a Confucio. Questo moto del continente avrebbe poi esercitato, in forma compressa, una forte influenza sul Giappone di Edo e sul Giappone d’anteguerra.
C’è però un passo decisivo. È la risposta di Confucio quando il duca Ai, signore di Lu, gli chiese: «Quale dei tuoi discepoli ama imparare?». Confucio rispose che ce n’era uno di nome Yan Hui (521-481 a.C.) che amava imparare. Non riversava la sua collera sugli altri e non ripeteva un errore. Purtroppo la sua vita fu breve, e morì. Ora non c’è più nessuno come lui.
Dei discepoli, che si dice fossero tremila, uno soltanto fu riconosciuto come capace di comprendere davvero l’imparare. E quell’uno era già morto.
Ma non è questo che dobbiamo guardare. Dobbiamo guardare che cosa Confucio portò come prova dell’amore per il sapere. Disse che Yan Hui «non riversava la sua collera e non ripeteva un errore». Non sfogava cioè su qualcun altro la collera che doveva rivolgere al suo oggetto proprio, sé stesso, e non commetteva due volte lo stesso errore. Confucio non disse una sola parola sul fatto che fosse versato nei libri, che recitasse poesie a memoria, che avesse grandi conoscenze, molti talenti, eloquenza, o che avesse fatto carriera. Qui sta l’essenza del confucianesimo.
L’amore per il sapere non è questione di «quantità» di conoscenze, né di rango. È questione dei moti del cuore. E lo disse lo stesso Confucio, il fondatore del confucianesimo.
Interrogare questa sola parola equivale a raccontare la storia di alcune migliaia di anni di confucianesimo. Lascio dunque qui la premessa e ci riporto dove possiamo sentirla più da vicino. La domanda è che cosa chiamiamo oggi «imparare».
Inutile dire che non è né risveglio né emulazione. Eppure almeno per tutto il periodo Edo molti giapponesi intendevano saldamente l’imparare in questo contesto. Per questo in tutto il paese apparvero persone di bel carattere, e l’epoca fu così profonda e ricca di spirito. Tutto cambiò dopo l’occidentalizzazione dell’era Meiji, la cosiddetta civiltà e illuminismo.
Dopo l’Ordinamento scolastico del quinto anno di Meiji (1872), la parola gaku fu riusata come recipiente per contenere la parola occidentale «education». Scuola, curriculum, laurea, proseguimento degli studi, livelli di profitto. In quel momento ogni metro di misura divenne la quantità. Quante ore si è studiato, che cosa si è appreso, quali titoli si hanno, in quale posizione si è stati collocati, quanti libri si sono letti, quanto si è saliti nel mondo. Niente di tutto ciò soddisfa una sola delle condizioni che Confucio indicò per l’amore per il sapere.
Certo, è vero che il neoconfucianesimo di Zhu Xi di cui sopra divenne un sapere per fare carriera, e che assunse fortemente quel carattere dopo che Ieyasu Tokugawa lo adottò nel periodo Edo. Ma una volta cominciata la cosiddetta civiltà e illuminismo, l’imparare si fece chiaramente estraneo ai giapponesi. In quel momento la cultura dei giapponesi cominciò a declinare rapidamente.
Molti l’hanno dimenticato, ma dopo la guerra le forze di occupazione proibirono lo shushin, la formazione morale tratta dagli insegnamenti del confucianesimo. Con ciò il senso originario est-asiatico dell’imparare ci fu tagliato via in modo decisivo. Di fatto, quasi nessuno di noi sa leggere il kanbun, il cinese classico che formò la cultura dei periodi Edo, Meiji, Taisho e del primo Showa. Non saperlo leggere significa non saper leggere lo spirito che i giapponesi hanno coltivato per più di mille anni.
È una rottura con la storia tramandataci, di generazione in generazione, da chi è venuto prima.
Una sola parola, «imparare». Anche senza aprire i classici confuciani, basta pensare fino in fondo questa sola parola. Quando lo faremo, si farà chiara la vera natura del disagio che sentiamo ma non riusciamo a dire.