KINEMA 2400Vol.1

TM MAGAZINE  28 aprile 2026

Il cinema giapponese, un Man'yoshu per immagini|sulle orme degli studiosi del Kokugaku, alla ricerca del «cuore giapponese»

Gli studiosi del Kokugaku del periodo Edo, a disagio davanti al culto di ciò che veniva da fuori, trovarono il «cuore giapponese» nel Man'yoshu e nel Kojiki. A circa 160 anni dalla Restaurazione Meiji, con l'Europa e l'America ancora a modello, quel cuore si cerca nel cinema giapponese. Per i giapponesi il cinema è forse stato il Man'yoshu per immagini.

Mi colpisce ancora una volta quanto il Giappone sia un paese strano. Nulla coglie meglio questa stranezza del modo in cui il Giappone, dopo l’arrivo della tecnica cinematografica nel 1896-1897, divenne quasi dall’oggi al domani una delle grandi nazioni del cinema mondiale. I nostri predecessori lottarono con apparecchi che non avevano mai visto né maneggiato e con i principi stessi dell’immagine in movimento, eppure in un attimo afferrarono il cinema, lo assorbirono e aprirono una forma di espressione cinematografica propriamente giapponese.

Sei anni fa, quando ero assorbito dal sapere confuciano e dal Kokugaku del periodo Edo, riflettevo a lungo sul «cuore giapponese».

Il Giappone è stato storicamente plasmato dalla cultura cinese, dal buddismo prima del periodo Edo e dal confucianesimo durante quel periodo, e i suoi studiosi avevano l’abitudine di prendere a ogni occasione la Cina a modello. Poi comparve un gruppo di persone che si sentivano a disagio davanti a questa venerazione di ciò che veniva da fuori e si domandarono se la dote stessa di ricevere una cultura straniera e fonderla in qualcosa di proprio non venisse, in origine, dai giapponesi. Erano gli studiosi del Kokugaku.

Invece di rivolgersi alle scritture del buddismo o del confucianesimo, gli studiosi del Kokugaku intrapresero una lotta radicale per esplorare il «cuore giapponese», e trovarono la verità nel Man’yoshu e nel Kojiki. Il lavoro che seguì per circa due secoli, leggere il Kojiki attraverso il Man’yoshu, divenne una grande impresa che merita davvero il nome di «archeologia del cuore giapponese».

Tornando al presente, a circa 160 anni dalla Restaurazione Meiji del 1868, abbiamo l’abitudine di prendere a ogni occasione l’Europa e l’America a modello. Qualcuno che si sentisse a disagio davanti a questa venerazione di ciò che viene da fuori, che si domandasse se la dote stessa di ricevere una cultura straniera e fonderla in qualcosa di proprio non venisse, in origine, dai giapponesi… Quel qualcuno sono io.

Eppure, mentre il Kojiki è una cosa, il Man’yoshu è del tutto fuori dalla nostra portata. Abbiamo già perduto «qualcosa», al punto di non poter più avvertire il cuore dell’età del Man’yoshu. Ed è evidente che gridare ora a un ritorno al Kojiki e al Man’yoshu non porterebbe a nulla.

Dopo averci pensato a lungo, ho trovato il «cuore giapponese» nel cinema giapponese, proprio come un tempo gli studiosi del Kokugaku lo trovarono nel Man’yoshu e nel Kojiki. Poiché l’immagine in movimento incide per sua natura la propria epoca sulla pellicola, vi affiora un ricco movimento del cuore, e grazie a questa magia dell’immagine possiamo toccare i modi in cui i giapponesi del passato agivano.

Per i giapponesi il cinema è forse stato, in un certo senso, il Man’yoshu reso in immagini. Nei sei anni trascorsi da allora mi sono immerso nei film giapponesi quasi ogni giorno, e sono giunto alla certezza che ciò che avvertivo allora era giusto.

Akira Kurosawa, divenuto l’emblema del cinema giapponese del dopoguerra, disse nel suo testamento che «se potremo continuare a fare film per altri 400 anni, riusciremo di certo a portare la pace nel mondo». Il cinema è anche intrattenimento, ma possiede un potere che va oltre la semplice cultura del consumo, e Kurosawa vide in esso il potere di realizzare la pace.

Assurdo, penseranno tutti, una bella frase vuota. Ma io, conquistato dalla magia del cinema, ne sono ora convinto quanto lui.

Come un tempo gli studiosi del Kokugaku trassero il «cuore giapponese» dal loro studio del Man’yoshu, io traggo il «cuore giapponese» dal mio studio del cinema giapponese e lo pongo davanti a voi.

Lo faccio nella convinzione che sia questo il modo di mostrare il mio rispetto e la mia gratitudine a chi ha tessuto film in Giappone prima di me.

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