La foresta del pensieroVol.1

TM MAGAZINE  28 aprile 2026

Che cos'è il pensiero? Il potere di spostare il terreno stesso da cui nasce il pensare

Il pensiero è il potere di spostare il terreno stesso da cui nasce il pensare. Ciò che i più chiamano «il mio modo di pensare» poggia sempre su qualcos'altro: il mondo, lo Stato, la società o un qualche «qualcuno». Non si tratta di offrire una via d'uscita a chi è rinchiuso nel pensare moderno, ma di far slittare il terreno dove il pensare nasce.

Questa settimana voglio chiedermi che cos’è il pensiero.

Come spiegheremmo shiso, la parola giapponese che traduciamo con «pensiero», con il suo suono così particolare? Ci sono persone che chiamiamo pensatori, ma in che cosa differiscono dai filosofi? Pochi saprebbero rispondere con chiarezza.

Il pensiero è il potere di spostare il terreno stesso da cui nasce il pensare. Tutti pensiamo ogni giorno, mentre viviamo, eppure non volgiamo quasi mai l’attenzione al terreno da cui quel pensare cresce, perché diamo per scontato che sentire e pensare sia semplicemente ciò che gli esseri umani fanno.

Ma se si guarda l’intero arco, dal momento in cui un pensare prende forma al momento in cui viene espresso, appare chiaro che ciò che i più chiamano «il mio modo di pensare» poggia sempre su qualcos’altro: il mondo, la nazione, la società, o semplicemente un «qualcuno». Per quanto ci piaccia credere che il nostro pensare ci appartenga e sia libero, la verità è che di solito è plasmato da quello di qualcun altro.

Perché mai?

Perché il terreno stesso da cui nasce il pensare viene da qualcosa che non siamo noi. Finché viviamo, nessuno di noi sfugge ai vincoli della propria epoca. Per quanto radicalmente tentiamo di evadere, il «fuori» si rivela un’illusione e, come in un nastro di Möbius, tutto torna su se stesso senza fine. Il diritto è il rovescio, il rovescio è il diritto, per sempre…

Le persone di oggi sono sfinite da questa lotta interminabile: come si va avanti, allora? Il superamento della modernità è stato discusso a lungo nei decenni centrali e finali del Novecento, eppure restiamo presi nel mezzo di una modernità che non finisce mai. Questo fatto, da solo, suggerisce che i nostri modi di pensare consueti, trascendenza, superamento o evasione che siano, non possono portare a termine la modernità.

Ciò che ci serve, dunque, non è un nuovo modo di intendere la modernità. Dobbiamo prima spostare il terreno che genera il pensare che continua a produrre e riprodurre la modernità, e questo spostamento del terreno è l’opera del pensiero. In altre parole, il pensiero non porge una via d’uscita a chi è stato imprigionato nel pensare moderno e non riesce più a muoversi. Fa slittare il terreno da cui il loro pensare nasce in origine. Questo è il potere del pensiero, e la sua vera promessa per aprire il futuro.

Il nuovo terreno verso cui il pensiero ci sposta ha un’influenza radicale sul futuro, su una scala di centinaia o perfino migliaia di anni, e diventa il fondamento su cui il mondo a cui tendiamo può realizzarsi.

Viaggiando per il Giappone, continuo a incontrare, nei luoghi dove il declino accelera, persone che pensano seriamente a come rovesciare le cose e si danno da fare disperatamente per riuscirci. Che ricostruiscano i loro paesi, tramandino un mestiere o cerchino un modo di vivere accanto alla natura, queste persone sono sparse per tutto il paese, e pensano ancora al futuro sul serio.

Le persone che hanno a cuore le cose, insomma, non si sono estinte. Anzi, come in risposta al peggiorare dei tempi, sono sempre di più quelle che pensano al futuro del Giappone e del mondo e agiscono di conseguenza. E allora perché il mondo continua ad accelerare verso la rovina? A questa domanda nessuno ha ancora risposto. Perché mai?

Perché non siamo riusciti a spostare il terreno stesso del pensare. Con l’ascesa dei social media idee e valori nuovi compaiono uno dopo l’altro e il mondo intero si collega in un istante, eppure il terreno sottostante è rimasto per tutto il tempo la modernità. I social media sono forse addirittura una macchina che tiene in vita la modernità. Nuovi modi di pensare (in verità, interpretazioni e commenti) nascono giorno e notte sul terreno del vecchio mondo, ma poiché la radice non si muove di un millimetro, il mondo in realtà non cambia.

Di recente sento con forza che forse non esiste più una cosa come un’«idea nuova», perché ciò che dobbiamo affrontare non è il discorso di qualcun altro. Le proteste dell’Anpo contro il Trattato di sicurezza tra Stati Uniti e Giappone e il movimento studentesco della fine degli anni Sessanta hanno provato che è impossibile trasformare gli altri. Invece di cercare di cambiare la nazione, la società o gli altri, si comincia col raddrizzare il proprio cuore. Quel solo punto è esattamente la risposta a cui i saggi del confucianesimo giunsero in un passato remoto.

Raramente si nota che il Giappone e la Cina si trovano in un contesto radicalmente diverso da quello dell’Occidente. Nel corso di vari secoli l’Occidente ha attraversato le rivoluzioni borghesi e la liberazione dell’individuo, e per gli occidentali trasformare lo Stato e la società è perciò un’idea ragionevole, fondata sulla loro storia, che possono sentire nelle ossa. I giapponesi, però, hanno vissuto in un altro mondo, e misurati sui metodi occidentali non dovremmo copiarli, ma pensare esattamente nella direzione opposta.

Invece del modo occidentale di combattere lo Stato, la società o le grandi imprese per la libertà e la sovranità dell’individuo, ci volgiamo all’interno, ci esaminiamo a fondo e trasformiamo prima di tutto il nostro cuore. Cambiare il proprio cuore è molto più difficile di una rivoluzione sociale o del rovesciamento di un governo, ed è qui, in realtà, che la rivoluzione in Cina e in Giappone ha il suo punto d’appoggio. Noi che viviamo nel futuro possiamo ormai dire che le lotte del dopoguerra fallirono perché fraintesero questo punto essenziale.

Non cercare di cambiare gli altri. Affronta prima te stesso. Ciò che sta in fondo a tutto, una volta scostato ogni altro, è il terreno. Pensa da quel luogo, e prima di ogni altra cosa sposta il terreno stesso.

Il contesto, nella sua essenza, non è proprio di una nazione, di una società o di una regione. È proprio di un luogo. In questo momento, attraverso la guerra in Iran, tutti noi assistiamo a una grande svolta storica, mentre un imperialismo lungo cinque secoli, passato dall’Europa occidentale alla Gran Bretagna e poi agli Stati Uniti, giunge finalmente alla fine. Il multipolarismo che ora sorge al suo posto chiede più di una lettura geopolitica. Chiede un modo di vedere il mondo plurale dei luoghi, e per questo, mi sembra, ci servono prima la volontà e la risolutezza di affrontare noi stessi.

Penso spesso che il pensiero somigli molto a un mare di alberi, una foresta così fitta da inghiottirti intero. Una volta dentro perdi l’orientamento e, col sole oscurato dalla massa dei rami, perdi anche il senso del tempo. Non c’è mappa e non c’è guida. Eppure, se si prende sul serio il futuro, l’unica cosa da fare è continuare a camminare.

Davanti non c’è alcuna meta, e più e più volte ti assale la sensazione vertiginosa di essere tornato nello stesso punto. Tu continui ad andare. E allora ti imbatti nelle tracce lasciate da chi è entrato nella foresta prima di te, e si apre il sentiero successivo.

È, alla lettera, una «foresta del pensiero». Anche se i più si arrendono, il futuro si aprirà di certo finché anche una sola persona continuerà ad andare, e se una persona così emergerà da ogni campo, una nuova fondazione della nazione seguirà da sé. La Restaurazione Meiji non fu diversa. Ciò che diede agli shishi, i militanti votati alla causa di quell’epoca, il loro pensiero fu un luogo, il dominio di Mito. Ronin e samurai da tutto il paese si misero in cammino verso di esso in cerca del pensiero che vi si coltivava, e nei decenni seguenti, come risultato, avvenne la Restaurazione Meiji.

Per una persona, un’impresa, una società o una nazione, ciò di cui abbiamo bisogno è forse il pensiero. Con questa fede, dirigiamoci insieme verso ciò che sta al di là di quest’epoca turbolenta.

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