TM MAGAZINE 16 giugno 2026
Il santuario di Iwatesan e i quattro guardiani di Edo|la depressione di Tokyo come problema ambientale di una città in cui il ki ristagna
Seguendo il principio geomantico dei quattro guardiani, Ieyasu riflesse nella città di Edo l'immagine a spirale del ki che circola. Quella circolazione si è spezzata, e la brezza marina è bloccata dai condomini alti lungo la costa. La depressione che si manifesta tutta insieme tra gli abitanti di Tokyo va riesaminata come problema ambientale della città stessa.
Torno continuamente al santuario di Iwatesan, ai piedi del monte Iwate. In parte per una sorgente la cui acqua amo, ma il santuario custodisce anche la memoria di un epicentro, il luogo in cui «gli Emishi e i Wajin», la gente del nord e la gente della corte, si fusero in una cosa sola.
Bere un’acqua carica di potere spirituale, lasciandola sciogliersi nel corpo, è un rito sacro per entrare in un luogo che non è il proprio, ed è anche un «dialogo con gli dèi stranieri» condotto attraverso il corpo. L’acqua è l’anima stessa della terra. Il giapponese dice da sempre di un luogo che «l’acqua ti si addice» o che «l’acqua non ti si addice», e allo stesso modo c’è sempre una terra adatta a ciascuno. Conta trovare la propria il più presto possibile nella vita.
Si dice che il santuario di Iwatesan sia stato fondato nell’801, all’inizio del periodo Heian, quando il generale Sakanoue no Tamuramaro, alla testa di un esercito per ordine della corte imperiale per sottomettere gli Emishi, vi pregò per la protezione del paese. La tradizione vuole anche che nel 1062 Minamoto no Yoriyoshi vi abbia pregato prima della campagna contro il clan locale degli Abe, e abbia vinto. Per questa storia, il santuario porta la memoria della gente di Heian-kyo che conduce a compimento un’invasione armata, ma è ciò che raccontano i libri di storia. Ciò che ricorda davvero è un estraneo, Tamuramaro, che prende possesso dell’antico strato d’anima chiamato kunitama, lo spirito del luogo stesso, e che così conquista spiritualmente le tribù locali.
Storicamente, Aterui e More, capi di tribù vicine, furono fatti prigionieri da Tamuramaro e portati a Heian-kyo. Tamuramaro aveva conosciuto la regione di persona, e capiva che l’immagine dei «barbari» diffusa nella capitale era la fantasia di chi non aveva mai conosciuto gli Emishi. Quando i funzionari della corte pretesero un’esecuzione immediata, ribatté che mettere a morte uomini così largamente venerati nella loro terra avrebbe soltanto spinto gli Emishi a sfidare ancora di più la corte. La corte, però, temeva gli Emishi all’estremo. Ignorò la sua supplica e giustiziò i capi a Hirakata, a Osaka. Ancora oggi, al Kiyomizu-dera, uno dei luoghi celebri di Kyoto, una stele in memoria di Aterui e More sorge in silenzio nel recinto del tempio.
Da allora sono passati più di mille anni, e sento che ora stiamo davanti a una crisi senza precedenti, benché di altro genere. L’ho sentito di nuovo questa settimana arrivando dall’Iwate a Tokyo, e lo sento in ciò che dicono le persone intorno a me. Moltissimi lottano con la depressione, e i nervi della città si sono intorpiditi. Lo si considera di rado, ma una volta caduti nella depressione, la familiare routine degli stessi luoghi, delle stesse persone, della stessa strada per il lavoro o la scuola si rovescia in una prigione in cui i brutti ricordi vengono rimuginati di continuo. Questo rimuginare approfondisce la depressione e rende difficile uscirne da soli. Per mia esperienza, il rimedio più sicuro è buttarsi e spostare altrove tutto il corpo, stare sulla terra di un luogo che si addice, lasciarsi lavare dal suo vento e bere la sua acqua. D’ora in poi, credo, conoscere o no questo rimedio tutto proprio conterà molto più di quanto immaginiamo.
Secondo i risultati preliminari del censimento del 2025, pubblicati alla fine del mese scorso, la popolazione totale del Giappone, residenti stranieri compresi, è di 123.049.524 persone. Il calo si fa ogni anno più ripido. Dal 2020 la popolazione è diminuita di circa 3,1 milioni, il calo più forte mai registrato, e il tasso di diminuzione è balzato dallo 0,7 per cento della volta precedente al 2,5 per cento, come se il paese precipitasse da una rupe. Le cifre sono inoltre coperte dal numero dei lavoratori migranti stranieri, che di fatto abbellisce i conti, e dunque dobbiamo cercare la realtà che sta sotto. Contando i soli cittadini giapponesi, una parte considerevole della popolazione è svanita dall’arcipelago in cinque anni. Un altro problema, emerso per la prima volta nella storia, è che la popolazione è diminuita in tutte le quarantacinque prefetture diverse da Tokyo e Okinawa, il che mostra che sulle isole maggiori l’attrazione verso un unico centro ha raggiunto una scala senza precedenti.
I giovani soprattutto lasciano le regioni per Tokyo, sempre più in fretta, semplicemente per sopravvivere. Finora le città che attiravano la gente erano sparse per il paese, con Tokyo, Nagoya, Osaka, Okayama, Sendai e Fukuoka che raccoglievano ciascuna la propria regione. Ora la gente se ne va perfino da Osaka e dagli altri luoghi un tempo detti grandi città, e il flusso verso Tokyo accelera. Il governo giapponese non l’aveva previsto affatto, e ciò mostra che siamo già entrati in uno stato di emergenza.
Ciò che nel problema della concentrazione eccessiva su Tokyo si trascura sorprendentemente è che, anche quando le persone vi si trasferiscono, Tokyo può ben essere per la maggior parte di loro una terra la cui «acqua non si addice». Ciò che sta accadendo ora, in altre parole, non è ciò che accadde all’inizio degli anni Novanta, quando la gente era attratta da un luogo di alta energia, Tokyo. È un fenomeno distorto in cui grandi masse vengono risucchiate benché l’acqua non si addica loro, in cerca di un’infrastruttura minima e delle nude condizioni per sopravvivere. Poiché questa tendenza non si può evitare, quanto più urbana è la propria vita, tanto più occorre inserire nel quotidiano una «guarigione dell’anima».
Eppure, nell’odierna alluvione di informazioni, molti hanno perso la forza autonoma di cercare una terra la cui acqua si addica loro. Sballottati dalle informazioni, partono verso una terra la cui acqua si addice a qualcun altro, e rischiano invece di vedersi strappare il proprio potere spirituale.
Nel suo nucleo, il boom dei luoghi di potere accelerato nel XXI secolo è stato una forza che ha reciso la discendenza di ciò che le generazioni passate avevano fatto su ogni pezzo di terra e ha capovolto la spiritualità in un mondo generico che ignora il contesto. Prendiamo il santuario di Ise, il Naiku o Kotai Jingu, che lo shintō moderno ha posto al vertice stesso dei santuari del Giappone. I pellegrinaggi a Ise fiorirono dal medioevo in poi, e il santuario divenne il grembo della fede per aristocratici e popolani. Ma essere famoso non significa che Ise si addica a tutti. Proprio perché il Giappone è pieno di innumerevoli santuari radicati nella loro terra, occorre giudicare ogni volta se un santuario si addice davvero a noi. Se un santuario venera un dio che non si addice, o se la terra ha una storia di inimicizia con i propri antenati, una visita, per quanto fatta con buone intenzioni, accresce il rischio di sventura.
Anche nella sola Kyoto, dove si va dipende dal fatto che la propria stirpe sia Taira o Minamoto, Corte del Sud o Corte del Nord, e quanto più si è spiritualmente sensibili, tanto più numerosi sono i luoghi in cui non si deve andare. Leggere questo sfondo storico attraverso i propri antenati e la propria discendenza spirituale trasforma un viaggio in un riposo dell’anima che riempie corpo e mente. Se invece si visita un luogo per propria comodità e questo non si addice, nel peggiore dei casi si subirà una maledizione.
Andando e venendo tra città e campagna, la cosa si fa evidente. La gente delle città ha dimenticato il mondo invisibile, e la gente delle campagne va perdendo le sue preghiere agli dèi. In un certo senso, ho sempre sentito che il problema nascosto nelle profondità del Giappone, più che il declino economico e industriale che tocca in superficie la vita quotidiana, è un’afflizione spirituale.
Il Giappone del dopoguerra, seguendo lo sviluppo urbano all’americana, ha coperto di cemento le sue città. Questo fa ristagnare il ki (気), l’energia vitale di un luogo, e così i volti di chi vi abita si fanno scuri e i loro rapporti affondano nella sfiducia. In passato, ciò che ogni città giapponese considerava per prima cosa nel suo disegno era la «via del ki». Edo, per esempio, sede dello shogunato Tokugawa, ebbe le sue fondamenta scelte dal primo shogun, Ieyasu Tokugawa, secondo lo shijin soo (四神相応), il principio feng shui dei quattro dèi guardiani, e ciò su cui deliberò più di tutto fu il ki.
Lo shijin soo, un sapere della Cina antica, descrive la terra ideale, con un fiume a est dove dimora il Drago Azzurro, una grande strada a ovest dove dimora la Tigre Bianca, acque aperte a sud dove dimora l’Uccello Vermiglio e una montagna a nord dove dimora la Tartaruga Nera. È una filosofia del governare una città ricevendo le benedizioni del suo ambiente naturale, e per chi governava era una questione grave, legata alla stabilità del potere. Per cominciare, i giapponesi di prima di Meiji non condividevano l’idea occidentale del soggetto umano che conquista la natura come oggetto, e anche nel disegnare le città continuavano a pensare la vita umana a partire dall’ambiente naturale. Detto altrimenti, la vita umana era disegnata a partire dalla circolazione del ki, ma dopo la Restaurazione Meiji questo modo di vedere andò rapidamente perduto. Oggi quella sensibilità perduta sta gridando dal profondo del cuore di ognuno.
Seguendo lo shijin soo, Ieyasu pose al centro il castello di Edo, l’attuale palazzo imperiale, con una montagna a nord per la Tartaruga Nera (l’altopiano di Kojimachi), un fiume a est per il Drago Azzurro (il Sumida), il mare a sud per l’Uccello Vermiglio (la baia di Tokyo) e una grande strada a ovest per la Tigre Bianca (il Tokaido), così che la città di Edo riflettesse un’immagine del ki che la percorre a spirale. Al santuario di Hie e a Kanda Myojin furono assegnati i ruoli del kimon e dell’ura-kimon, la porta del demone e la sua controparte, a guardia di Edo contro gli estranei, gli spiriti maligni e le calamità, e una linea di protezione correva da nord a sud dalla foresta sacra dell’attuale Meiji Jingu, attraverso il palazzo imperiale, fino al Kan’ei-ji.
Il capo stesso della città, in altre parole, mise a frutto il sapere antico nel proprio tempo e realizzò un nuovo tipo di sviluppo urbano che cominciava dalla filosofia. Ciò mostra che una città era, fin dall’inizio, un riflesso del pensiero, e che a seconda di quel pensiero cambiavano perfino i volti di chi viveva sulla terra. Oggi una simile filosofia del disegno urbano non esiste, perché né chi governa né il popolo si curano del «mondo invisibile». Qual è, allora, il mondo che i governanti di oggi vedono? È il cemento.
Il Partito Liberal Democratico e il governatore di Tokyo sono diventati governi fantoccio dei grandi costruttori, invece che servitori della nazione e dei cittadini, e presiedono a una struttura distorta del potere in cui il cemento vale più della vita umana. Come ha reso chiaro l’Expo di Osaka dell’anno scorso, il vero obiettivo era l’IR, il resort integrato la cui apertura è prevista intorno all’autunno 2030, e l’Expo è stata portata lì per tenere a pancia piena i costruttori fino ad allora. Il risultato è che i grandi costruttori hanno raccolto profitti più e più volte, costruendo e smantellando un’Expo su una vuota isola artificiale e poi innalzando il vasto complesso dell’IR su quella stessa isola vuota.
Non se ne parlava allora e non se ne parla ora, ma mentre operai edili di tutto il paese venivano gettati sull’isola artificiale di Osaka per portare l’Expo a termine in fretta, chi ne pagò il prezzo furono le vittime del terremoto della penisola di Noto. Mentre l’Expo era in corso, l’anno scorso, ho fatto il giro completo della penisola di Noto e, poiché non c’era abbastanza gente per la ricostruzione, il tratto da Suzu a Wajima aveva ancora l’aspetto di subito dopo il terremoto. E questo paesaggio di una società giapponese che mette il cemento prima della vita umana, in realtà, non è limitato a Noto.
Anche a Tokyo grattacieli commerciali e condomini continuano a sorgere in un boom edilizio. Eppure, se si visita Azabudai Hills, aperto nel novembre 2023, lo si trova deserto anche nel fine settimana, a parte i turisti stranieri, e i negozi chiusi cominciano a farsi notare. Contrariamente ai piani originari, i grandi complessi commerciali sembrano già reliquie di un altro tempo, eppure, benché la gente non venga, l’edificare non dà segno di fermarsi.
La struttura di circolazione del ki che Edo aveva coltivato da Ieyasu in poi è stata distrutta, e la brezza marina che soffiava da sud è stata tagliata dai condomini alti lungo la costa. La gente di Tokyo è sempre più sfinita dall’effetto isola di calore, che si potrebbe chiamare un inquinamento da disegno urbano inflitto da politici e grandi costruttori. Eppure il problema essenziale, certamente, non è il mutamento del clima ma l’allontanamento della città dal pensiero dello shijin soo. In una città così fuori asse è quasi impossibile ritrovare fede o preghiera, e la gente si chiude nella città e smette di uscire. Il risultato è che, attraverso la concentrazione eccessiva, il ki cattivo di tutto il Giappone si deposita nel centro di Tokyo, e la città cade sotto un’aria pesante e opprimente. La depressione che esplode tutta insieme tra gli abitanti di Tokyo va ripensata, più che come malattia mentale individuale, come problema ambientale della città stessa. E la causa di quel problema ambientale non è la natura né il clima. È l’insaziabile desiderio umano.
Ora che il flusso del ki attraverso l’arcipelago giapponese si è del tutto fermato, come dobbiamo immaginare il futuro? Sento che una catena di luoghi pensati per rimettere in moto il ki diventerà un tema della seconda metà del XXI secolo.