TM MAGAZINE 18 agosto 2026
Gli autosomi sono radici in superficie, il DNA mitocondriale e il cromosoma Y radici in linea
Gli autosomi sono una «superficie» che si estende su tutte le linee paterne e materne, ma si può risalire soltanto di 150-200 anni circa. Il DNA mitocondriale e il cromosoma Y sono «linee» la cui informazione non si assottiglia, per quante generazioni passino. Eppure, dei 1.024 antenati di dieci generazioni fa, se ne possono seguire soltanto due.
Nel 1990, poco prima che nascessi, ebbe inizio il Progetto genoma umano. Era il tentativo di leggere, da un capo all’altro, il progetto inciso nella creatura che chiamiamo uomo, e richiese tredici anni. Il suo completamento fu dichiarato nell’aprile 2003.
Sono passati, in altre parole, poco più di vent’anni da quando l’umanità ha tenuto per la prima volta in mano il proprio progetto.
Tra tutti i campi che hanno tratto vantaggio dalla porta aperta dall’analisi genetica, quello che ha guadagnato di più è l’antropologia. L’archeologia diede risultati esplosivi per tutto il Novecento, ma ceramiche e resti di strutture sono estremamente difficili da datare con precisione, e se i loro stili possono far intuire linee di influenza, non hanno mai avuto la forza di rivelare con sicurezza una storia delle migrazioni. L’archeologia, inoltre, può parlare in sostanza solo di chi è rimasto sulla terra. Le impronte di chi si spostò per mare furono cancellate dalle onde, e ciò che portava con sé fu trascinato via dalla marea. Eppure, nel corso del Novecento, l’archeologia, gli studi folclorici e l’antropologia, intrecciati com’erano al nazionalismo e al nazionalismo etnico, aprirono i primi sentieri verso domande immense come «Che cos’è un popolo?» e «Che cos’è l’umanità?»
Per quanto i risultati si accumulassero, però, qualcosa mancava. Reperti e resti sono fatti da esseri umani, e senza informazioni su quegli esseri umani si può dire poco più che questo popolo somiglia a quello. Il successo del Progetto genoma umano fu un gran passo per colmare proprio questo vuoto.
Eppure, quanto più venivano alla luce scheletri antichi in cui il DNA si era conservato, e quanto più popoli venivano esaminati, tanto più diventava chiaro che l’umanità è un essere straordinariamente plurale. È interessante che il DNA porti nei nostri corpi la memoria di grandi migrazioni che a rigore non avrebbero dovuto lasciare traccia, e che ognuno di noi custodisca una memoria soltanto sua. Dove passarono i nostri antenati e quali mari attraversarono, la storia delle migrazioni di epoche che non lasciarono né scrittura né reperti, era conservata da sempre, come un immenso insieme di dati, dentro le nostre cellule. I test genetici si sono poi gradualmente democratizzati, ma la svolta decisiva è stata l’arrivo dell’intelligenza artificiale. Oggi le singole persone possono possedere le proprie informazioni genetiche a una profondità un tempo del tutto fuori della portata di chiunque.
Quando l’attenzione cade sulle radici, tuttavia, c’è qualcosa che molti trascurano. A seconda di che cosa si analizza, l’epoca che viene alla luce e l’ampiezza dello spazio che abbraccia risultano cose del tutto diverse. Tanto per cominciare, la ricerca genetica delle origini ha due ingressi di carattere molto diverso. Uno sono gli autosomi, l’altro il DNA mitocondriale insieme al cromosoma Y. I due si somigliano ma non sono la stessa cosa, e i loro risultati differiscono alla radice.
Gli autosomi sono le ventidue coppie di cromosomi del nucleo cellulare, il corpo principale, per così dire, dell’informazione che determina la nostra corporatura e la nostra costituzione. Ne ereditiamo metà dal padre e metà dalla madre, e a ogni generazione i frammenti venuti da un nonno e quelli venuti da una nonna vengono tagliati, incollati e mescolati a caso. La quota che ereditiamo da un dato antenato si assottiglia perciò a ogni generazione, al 50 per cento, poi al 25, poi al 12,5, come una palla che rotola lungo un pendio. Un test autosomico rivela dunque la mescolanza di popolazioni di cui ciascuno di noi è fatto, e in quali proporzioni. Per questo un test del genere può rintracciare parenti su tutte le linee, paterne e materne. Gli autosomi, in altre parole, sono un mosaico disteso come una superficie.
Il DNA mitocondriale e il cromosoma Y sono di natura del tutto diversa. Il DNA mitocondriale passa dalla madre ai figli e il cromosoma Y dal padre al figlio maschio, ed entrambi vengono ereditati integri al cento per cento, senza mai mescolarsi con il DNA dell’altro genitore. Soltanto le mutazioni, che avvengono al ritmo basso di una ogni qualche migliaio o decina di migliaia di anni, vi si incidono come nuovi segni e si conservano immutate nei discendenti. Proprio per questo, seguendole, si scorge il cammino con cui gli esseri umani lasciarono l’Africa, attraversarono l’Eurasia, si mossero per l’Asia e infine passarono il mare fino all’arcipelago giapponese. Poiché l’informazione non si assottiglia mai, per quante generazioni passino, queste linee portano in sé, intatti, i movimenti delle popolazioni antiche dal Pleistocene all’Olocene. Sono, per così dire, una «linea». Una sola linea, di una lunghezza inimmaginabile.
Poiché è difficile figurarselo, pensiamo a dieci generazioni fa.
Dieci generazioni fa vuol dire circa trecento anni fa, la metà del periodo Edo. Risalendo fin lì, ognuno di noi ha 1.024 antenati. Eppure il DNA mitocondriale e il cromosoma Y possono seguirne, senza eccezioni, soltanto due. Lungo la strada entrano innumerevoli antenati, ma le loro linee si interrompono, e alla fine vengono tramandati soltanto questi due fili. La linea materna va da madre a madre a madre, e così indietro. La linea paterna va da padre a padre a padre, e così indietro. Ciò che si può conoscere sono soltanto le due persone all’estremità di questi due fili, e dei restanti 1.022 non abbiamo informazione alcuna. Questo è il corso biologico della vita umana.
Gli autosomi, intanto, vengono rimescolati e dimezzati di continuo, così che già a cinque-sette generazioni di distanza, circa 150-200 anni, i frammenti provenienti da un antenato preciso sono diventati troppo piccoli e svaniscono del tutto. Una persona che come fatto storico è senza dubbio un nostro antenato può dunque non averci lasciato, a livello molecolare, un solo frammento di DNA. Sull’albero genealogico siamo certamente legati, eppure nel nostro corpo non ne resta nulla. Questo divario è il più grande paradosso di ciò che i geni possono dirci sulle radici.
Che cosa indicano, allora, in concreto questi «due fili»? Chi fa un test lasciando vaga la questione ne fraintenderà i risultati.
Anzitutto il cromosoma Y. Passa soltanto da maschio a maschio, da padre a figlio, perciò una femmina, una figlia, il cromosoma Y non l’ha affatto. Una donna che voglia conoscere la propria linea paterna non troverà nulla analizzando se stessa, e non può che chiedere aiuto a un parente maschio, il padre, un fratello o uno zio paterno.
Poi il DNA mitocondriale. Passa dalla madre ai figli, maschi e femmine indistintamente. Non soltanto le donne ma anche gli uomini ricevono davvero il DNA mitocondriale di una donna, la madre. Un figlio maschio, però, non può trasmetterlo ai propri figli, perché alla fecondazione i mitocondri dello spermatozoo vengono demoliti e restano soltanto quelli dell’ovulo.
Qui nasce una strana asimmetria.
Un uomo può seguire due linee da solo, perché porta sia il cromosoma Y della linea paterna sia il DNA mitocondriale di quella materna. Quella linea materna, però, è destinata a finire con lui. Può riceverla, ma non può trasmetterla. Per dirla con il mio caso, mia madre era figlia unica e noi siamo tre fratelli, perciò il DNA mitocondriale che abbiamo ereditato da lei finirà, purtroppo, con i miei fratelli e con me.
Una donna, una figlia, non può seguire la linea paterna a partire dal proprio corpo, ma può continuare a passare alla generazione seguente la linea materna. Questa è la differenza decisiva tra linea materna e linea paterna. Ristretta alla questione di che cosa si tramanda, appare così.
◯ Linea materna | donna → donna → donna → donna → donna → donna → donna → donna → donna
◯ Linea paterna | uomo → uomo → uomo → uomo → uomo → uomo → uomo → uomo → uomo
Ciò che affascina è che ci sono quelli che ricevono ma non possono trasmettere, e quelle che non possono seguire la linea ma continuano a trasmettere. I nostri corpi si dividono questi due ruoli.
Così, quando si indagano le proprie radici con gli autosomi, si vedono tutte le linee, paterne e materne, ma si può risalire soltanto di cinque-sette generazioni, 150-200 anni al massimo. Si può ricavare a grandi linee la propria composizione etnica e usare i risultati per trovare parenti, ma come sguardo sulle radici è troppo superficiale. In un paese come gli Stati Uniti, dalla storia breve e con una popolazione fatta in gran parte di immigrati, è questo il tipo di servizio che si è diffuso, ma per i giapponesi, con la loro lunga storia, non offre quasi nulla.
Il DNA mitocondriale e il cromosoma Y, invece, si possono dire la pura linea materna e la pura linea paterna. Per quante generazioni si risalga, l’informazione si conserva al cento per cento, e si accumulano soltanto le mutazioni. E come si è detto, queste mutazioni avvengono in sostanza soltanto una volta ogni qualche migliaio o decina di migliaia di anni. Grazie a questa proprietà si può ricostruire fino a un certo punto la grandiosa storia delle migrazioni, che risale dall’antichità a decine di migliaia di anni fa e racconta come gli esseri umani moderni partiti dall’Africa viaggiarono, arrivarono nell’arcipelago giapponese e giunsero fino a noi.
Certo, la ricerca delle origini con il DNA mitocondriale e il cromosoma Y è appena cominciata davvero, e la sua risoluzione non si può ancora dire alta. Una ricerca del genere non poggia sulle sole informazioni genetiche. Presuppone le ossa umane riportate alla luce dall’archeologia, campioni in numero sufficiente e dati precisi, e si comprende soltanto combinando tutto questo. Per i giapponesi, in particolare, è indispensabile un’ampia cooperazione con paesi vicini come la Cina, la Corea (Sud e Nord), la Russia, il Tibet, l’Asia centrale, la Turchia, il Sud-est asiatico e l’Asia meridionale. Senza lavorare insieme soprattutto a Cina, Corea del Sud, Corea del Nord e Russia, paesi con cui il Giappone ha molti problemi diplomatici, la ricerca non può andare avanti.
Eppure chiunque può risalire attraverso i propri dati genetici fino alla prima madre e al primo padre da cui discende. Io li chiamo «Madre progenitrice» e «Padre progenitore», ed è qui che le immense acquisizioni archeologiche e antropologiche accumulate da chi ci ha preceduti dal Novecento in poi possono finalmente entrare in vigore nel vero senso della parola.
Lo scorso fine settimana ho ricevuto un’enorme quantità di dati genetici miei e, con essi, una mappa. Anche il mio DNA mitocondriale e il mio cromosoma Y, che per me contano più di tutto, hanno dato risultati interessanti, perciò sto progettando un nuovo viaggio verso le mie radici, a modo mio, unendoli ai più recenti dati antropologici e archeologici, alla storia antica dell’Asia e alle ricerche sul Giappone antico che ho condotto io stesso.
Certo, il DNA mitocondriale e il cromosoma Y da soli non possono rispondere alla domanda «Chi sei?» Ogni giapponese porta nei geni tre strati, deposti dal popolo Jomon, dal popolo Yayoi e dalla gente del periodo Kofun. La domanda esatta riguarda dunque la Madre progenitrice e il Padre progenitore, le origini del DNA mitocondriale e del cromosoma Y che abbiamo ereditato da nostra madre e da nostro padre. Dove nacquero, e con quali migrazioni i loro discendenti raggiunsero l’arcipelago giapponese?
Quando l’intelligenza artificiale comincerà davvero a sostituire il lavoro umano, le persone che non avranno più bisogno di lavorare si ritroveranno con tempo da riempire e saranno spinte, sempre di più, verso l’introspezione. Allora la domanda «Chi sono?», intrecciata alla democratizzazione dei test genetici, si muterà inevitabilmente in una domanda sulle radici. Nello stesso tempo un nuovo nazionalismo etnico per il ventunesimo secolo, fondato sui geni, sorgerà e, per un periodo, travolgerà il mondo.
Con quell’epoca davanti agli occhi, intendo essere tra i primi a scavare nelle mie radici. Il viaggio arriverà infine al continente africano, che diede alla luce la prima madre dell’umanità?
Dati pieni di masse di codici oscuri si comporranno in una sola storia. Sta per cominciare un altro viaggio personale. I primi risultati saranno pubblicati, probabilmente, negli anni Trenta di questo secolo, non prima.