Istituto del Progetto KunitsukamiVol.15

TM MAGAZINE  4 agosto 2026

Okuninushi non ha un vero nome|Susanoo nell'Izumo Fudoki e i nomi divini dei luoghi

Okuninushi, divinità principale del grande santuario di Izumo, non ha un vero nome. Il nome Okuninushi non compare mai nell'Izumo Fudoki. I nomi esistevano fin dall'inizio in numero infinito, e le orme della generazione della divinità Okuninushi stanno nel processo con cui furono riuniti in un solo dio.

Chiamiamo con il nome di Okuninushi la divinità principale del grande santuario di Izumo. Eppure questo dio non ha un vero nome.

Il Kojiki elenca Onamuchi, Ashiharashikoo, Yachihoko, Utsushikunitama e infine Okuninushi, e si prende la briga di aggiungere una nota: in tutto, ha cinque nomi. Una delle varianti del Nihon Shoki va oltre e aggiunge alla lista Omononushi e Okunitama. Nell’Izumo Fudoki, però, la raccolta delle tradizioni di Izumo stessa, accade una cosa strana.

Il nome Okuninushi non compare mai, nemmeno una volta. Dall’inizio alla fine il dio è chiamato Ame-no-shita-tsukurashishi Okami, il Grande Dio che fece tutto ciò che sta sotto il cielo, oppure Onamochi, e non vi si racconta né la celebre lepre bianca di Inaba né le sue prove nella Terra delle radici. Spostandosi a Harima, il protagonista dell’Harima Fudoki è Iwa no Okami, un dio che vi compare come Onamuchi.

Qual è, allora, il vero nome? È la domanda stessa a essere sbagliata.

Dall’età moderna in poi, chi ha cercato di rispondere a questa domanda ha spiegato, senza eccezione, che un solo dio acquisì nomi diversi in regioni diverse. Legando direttamente il mito alla storia, hanno sostenuto dal punto di vista di un unico soggetto agente che, con l’espandersi del potere di Izumo, un altro nome dopo l’altro si accumulò su una sola personalità. Parole come «altro nome», «denominazione alternativa» e «stessa divinità» sono ciò che resta di quel modo di pensare.

La realtà è il contrario. I nomi non si moltiplicarono. Erano innumerevoli fin dall’inizio, ed è nel processo con cui furono riuniti in un solo dio che troviamo le tracce di come venne in essere la divinità chiamata Okuninushi. In quel processo ebbero una parte decisiva due dèi, il dio che resta e il dio che se ne va.

Il dio primordiale di Izumo è Susanoo, che i miti fanno fratello minore di Amaterasu. Eppure nelle scene dell’Izumo Fudoki in cui Susanoo compare non c’è una sola riga sulla sua celebre uccisione del serpente a otto teste Yamata no Orochi. Compare una sola volta, e molto brevemente, nel borgo di Susa, nel distretto di Iishi.

Lì Susanoo dichiara che questa terra è piccola ma è un buon luogo, e che perciò non legherà il suo nome ad alberi o pietre. Detto questo, stabilisce il proprio spirito in questa terra e fissa le risaie di Osusada e Kosusada. Credo che questo passo sia il prototipo della fede giapponese.

Non agli alberi e non alle pietre. Ciò a cui il nome si lega è il luogo. Il dio stesso dichiara che un nome è una cosa generata in un luogo, e subito dopo il testo registra che depose il suo spirito e stabilì i campi. Il dio chiamato Susanoo, dunque, o meglio ciascuno degli dèi, non ha una sostanza propria. Così era l’antichità.

Un nome, uno spirito e una terra coltivata. A legarli insieme sono gli atti delle persone che vivono su quella terra, ed è così che nacque il toponimo Susa. Il nome del dio diventa il nome della terra, e il nome della terra diventa il nome del dio. Nessuno dei due viene prima, perché ciò che li genera entrambi è l’attività viva delle persone in un luogo.

Un nome, in altre parole, non si dà. Sorge da sé. Proprio per questo Susanoo fu anche un dio che conferiva nomi. Nel Kojiki fu proprio Susanoo a dare il nome di Okuninushi a Onamuchi, dopo che questi ebbe superato le prove della Terra delle radici. Il nome Okuninushi, «colui che governa la terra», venne dalla bocca del dio nativo di Izumo, e il peso di questo fatto getta luce sulla provenienza del mito stesso.

Ora, il dio che se ne va.

C’è un racconto ambientato dopo che Onamuchi ebbe ricevuto il nome e si fu messo in cammino. Un minuscolo dio arriva alla deriva da oltre il mare su un capo di Izumo, a bordo di una barca fatta con un baccello di gagaimo e vestito della pelle di un’oca. Ma nessuno conosce il suo nome.

Allora Taniguku, un rospo, dice che Kuebiko lo saprà di certo. Kuebiko è il Sohodo delle risaie di montagna, lo spaventapasseri che sta in una risaia, cioè un dio del luogo. Il Kojiki lo descrive come un dio che, «benché i suoi piedi non camminino, conosce tutte le cose sotto il cielo». Chi non può camminare sa tutto ciò che sta sotto il cielo. E Kuebiko diede subito il nome al nuovo venuto, dicendo che era Sukunabikona, figlio di Kamimusubi.

Qualunque cosa si pensi del mito in sé, ciò che conta è che un dio non conoscesse il nome di un dio. Chi lo conosceva era colui che continuava a stare in un solo campo e non andava mai da nessuna parte, il che fa pensare che a conoscere il nome fosse il luogo stesso. Sukunabikona, in altre parole, era già venuto molte volte a far visita a Kuebiko, un dio del luogo.

Sukunabikona non appartiene ad alcun luogo, e poiché non appartiene a nessuna parte, nessuno può chiamarlo per nome. Qui sta il prototipo del dio che Shinobu Orikuchi avrebbe poi chiamato marebito, il visitatore che viene dall’aldilà.

I due dèi costruirono insieme la terra, ma della partenza di Sukunabikona il testo dice soltanto che salì su uno stelo di miglio, ne fu scagliato via e passò a Tokoyo, la terra eterna oltre il mare. Un dio visitatore non deve restare in un solo luogo. Se restasse, diventerebbe un immobile dio del luogo. Solo perché se ne va può tornare e portare con sé la saggezza. Il vero corpo di questo dio era il moto stesso dell’andare e del tornare.

Ci sono dunque dèi che dimorano in un luogo, e dèi che vanno e tornano, dèi che non smettono mai di muoversi. Quel mondo plurale era il mondo stesso in cui vivevano un tempo i nostri antenati.

La questione, allora, è colui che resta indietro, e il Nihon Shoki descrive ciò che accadde dopo. Mentre Onamuchi, ormai solo, si lamenta chiedendosi chi governerà questa terra, ecco che di nuovo qualcosa arriva alla deriva, stavolta illuminando il mare, e dichiara chi è.

«Io sono il tuo sakimitama e il tuo kushimitama», dice, «la tua anima di benedizione e la tua anima di meraviglia». Il dio non aveva conosciuto la propria anima finché essa non gli si fu nominata. Quell’anima chiese poi un luogo, chiese di dimorare sul monte Mimoro, l’attuale monte Miwa, e nel momento in cui le fu dato un luogo divenne un altro nome, Omononushi, divinità principale del santuario Omiwa.

Ricevette il nome dal dio che legava i nomi alla terra, unì le forze con un dio venuto dal mare, fu da quel dio lasciato indietro, e infine divise sé stesso e pose una parte di sé su un monte di Yamato. Alla fine di questo processo si leva una divinità che governa la terra oltre ogni singolo luogo. Okuninushi, in altre parole, non fu un solo dio dalla nascita. È il moto stesso di tensione in cui un modo plurale di essere, generato tra il dio che resta e il dio che se ne va, viene generato come uno. Il mito non ricalca la storia.

Perché, dunque, i nomi dovevano essere plurali? Perché l’atto della preghiera non ha soggetto grammaticale. Più ancora, non ha un io agente, né un punto di vista soggettivo, né un ego.

Chiedete chi prega, e non arriva risposta. Chiedete che cosa viene pregato, e nemmeno allora arriva risposta. I nostri antenati non vissero mai in un mondo in cui soggetto e oggetto fossero scissi. Vivevano semplicemente in un luogo, e quella vita era una catena di atti quotidiani, portata avanti e tramandata. Non c’era soggetto. Se c’era qualcosa del genere, sarà stato il luogo stesso, il villaggio o la famiglia.

La preghiera è la relazione che si leva tra le persone e la natura in un luogo e le avvolge entrambe, e non appartiene a nessuna delle due. Poiché è una relazione, appartiene sempre a un luogo. La preghiera nella valle di Iwa, la preghiera sul monte di Miwa e la preghiera nei campi di Susa non possono mai diventare la stessa cosa, perché l’acqua, il vento e il cibo sono tutti diversi, e così la qualità del timore sacro. Quando la qualità è diversa, è diversa la forma in cui appare, e quando la forma è diversa, è diverso il suono. Questo è ciò che significa fudo (風土), il clima e il carattere di una terra.

È così che furono generati i nomi. Il fudo, in altre parole, è ciò che un tempo erano i nomi degli dèi. Per questo ci sono tanti nomi quanti sono i luoghi. Yaoyorozu, gli «ottocento miriadi» di dèi, è una parola per esattamente questo stato di cose. E ognuno di quei nomi è vero, perché quando il luogo è diverso è diversa la relazione.

Nel 1871, però, con l’introduzione del sistema moderno dei ranghi dei santuari, il nome di Kizuki Taisha, che designava un luogo, fu scartato. Il santuario fu ribattezzato Izumo Taisha, dal nome della provincia di Izumo, la terra stessa che era stata ceduta ad Amaterasu, fatta divinità progenitrice della linea imperiale. Il nome di un luogo svanì e fu sostituito dal nome di un territorio. Abbiamo camminato nella direzione esattamente opposta a quella dichiarazione: «non su alberi o pietre porrò il mio nome, ma su questa terra».

Ciò che è svanito, però, è il nostro modo di vedere, non gli dèi. Ancora oggi i kunitsukami dimorano nei santuari di tutto il paese, a Iwa sotto il nome di Iwa, a Miwa sotto il nome di Miwa, a Susa sotto il nome di Susa. E da oltre il mare, stagione dopo stagione, qualcosa arriva ancora e riparte. Che ci siano tanti nomi significa che ci sono tanti luoghi.

Ciò che dobbiamo recuperare nella seconda metà del XXI secolo forse non è affatto il nome corretto, ma un ritorno al luogo così completo da non aver più bisogno di nomi.

Benvenuti nel mondo plurale.

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