TM MAGAZINE 30 giugno 2026
Il cemento ha soffocato i kunitsukami|da Keichu alla restaurazione di Atsutane Hirata
Ciò che ha tenuto sottoterra le opere umane e le culture, diverse da luogo a luogo, è il cemento. Il Kokugaku, cominciato con Keichu, cercò il vero Giappone strappando la membrana straniera, e con Atsutane Hirata si levò il grido della «restaurazione». La restaurazione è lo stato che si vede in fondo a un'indagine della membrana condotta a costo della vita.
Ovunque la vita umana sia stata coltivata, qualcosa viene sempre a dimorare. La storia comincia con i territori di caccia e raccolta degli Jomon, con i villaggi che gli Yayoi formarono su terre adatte all’agricoltura asciutta e con quelli che la gente del periodo Kofun formò su terre adatte alla risicoltura in risaia, e attraversa il periodo Asuka, quando le tribù si fusero in gruppi composti, fino all’età delle capitali costruite secondo i codici ritsuryo.
Mentre la capitale passava da Fujiwara-kyo a Heijo-kyo, poi a Nagaoka-kyo e a Heian-kyo, la costruzione delle capitali si sublimò attraverso ripetute fusioni e deviazioni, e qualcosa stava alla base di tutto. Resta, ancora oggi, qualcosa di indiviso e fuso insieme che non si potrà mai spiegare del tutto. Quel substrato lasciò il Kinai, la regione delle antiche capitali, fluì nel Kanto e col tempo confluì nel disegno di ciascuna delle grandi città dell’era Meiji. Accanto a esso stanno gli innumerevoli modi di vivere coltivati nell’arcipelago, dalle maree, dalle correnti oceaniche e dai venti stagionali che governavano la vita dei popoli marinai agli dèi che tornano più e più volte come uccelli migratori, e agli oni, i demoni che scendono dai monti.
Ora abbiamo certamente perduto quel qualcosa, e ci dibattiamo come soffocando. Che cosa c’era, e che cosa lo ha soffocato? Per quanto lo Stato stringa il suo governo, per quanto si faccia pesante la pressione della società, per quante leggi e regole si aggiungano, c’è qualcosa alla radice di cui non si parla. Come le gocce di pioggia che cadono su uno stagno nella stagione delle piogge, è uno stato di quiete senza centro, in cui ogni cosa è il centro stesso di ogni istante che passa. È esattamente questa la configurazione in cui sono venerati i kunitsukami (国つ神).
L’attività umana in tutta la sua pluralità, diversa in ogni luogo, è stata tenuta sotto terra da qualcosa, e così la cultura, l’aria che si leva dal suo accumularsi. Quel qualcosa, io lo vedo nel cemento.
Se il cemento, una pietra artificiale, va inteso come qualcosa nato per trionfare sulla natura e conquistarla, era inevitabile che i giapponesi vissuti nell’età precedente al cemento e quelli venuti dopo differissero sotto ogni aspetto. I richiami alla «restaurazione» che si levano oggi da ogni parte, nella cultura, nei costumi, nelle regioni, nella fede e nella natura, possono condividere un’unica preoccupazione di fondo. Non saranno, nel profondo, una rivolta psicologica contro una vita quotidiana riempita e ricoperta di cemento?
Ciò che mi torna in mente ora è il fukko shintō (復古神道), lo shintō della restaurazione, sorto alla fine del periodo Edo. In fondo anch’esso nacque da una sorgente riportata alla luce da sotto gli strati di fede sepolti dall’influenza straniera, e l’uomo che la riportò alla luce fu Atsutane Hirata, più una carismatica figura religiosa che uno studioso del Kokugaku, la scuola degli Studi nazionali.
Ciò che gli studiosi del Kokugaku si proposero fu ridefinire il Giappone. Lo vedevano come un paese che per più di mille anni era stato coperto da membrane, il buddismo, nato in India e giunto attraverso la Cina, il taoismo e il confucianesimo, nati in Cina, e cercarono il vero Giappone che stava sotto, là dove quelle membrane venivano incise. La loro genialità fu vedere che nella pelle sottile tra «il sottosuolo (il Giappone)» e «la superficie (lo straniero)» era avvenuta una trasformazione della lingua.
Considerando che Keichu (1640-1701), il fondatore del Kokugaku, era un monaco della scuola Shingon che discende da Kukai, ha senso che il movimento sia cominciato col raddrizzare la lingua. Shingon, «parola vera», traduce il sanscrito mantra, un termine per le «parole vere» dei buddha e dei bodhisattva. Kukai chiarì le parole dei buddha e dei bodhisattva e le legò a una pratica in cui, pronunciandole come preghiere e formule, il proprio cuore si fa una cosa sola con il Buddha.
Poiché questo insegnamento stava alla base dello Shingon, Keichu, come ereditandone lo spirito, fissò lo sguardo sulla lingua. Decise di restaurare la lingua del periodo Heian, in cui era vissuto il fondatore della scuola, Kukai, e, messa ordine nell’ortografia dei kana sulla base dei testi di quel tempo, pubblicò la sua opera principale, il Waji Shoransho, il primo libro a usare il nome gojuon-zu per la tavola dei cinquanta suoni. Prese anche parte a un progetto del dominio di Mito, promosso allora dal suo signore, Mitsukuni Tokugawa, e nell’arco di circa quindici anni completò un commento al Man’yoshu. Questa divenne la pietra angolare del Kokugaku.
Eppure rimase fino alla fine un monaco buddista. Col tempo, lo spirito alla base del Kokugaku fluì in Kada no Azumamaro, sacerdote dell’attuale Fushimi Inari Taisha, e cominciò un’età in cui fu macinato e lucidato dal punto di vista dello shintō.
Da allora in poi gli studiosi del Kokugaku studiarono a fondo il Man’yoshu perché cercavano di cogliere gli dèi che si manifestano quando il proprio cuore risuona con il mondo portato da ogni parola dell’età del Man’yoshu. Quando giunsero a credere che in questo stato di risonanza si trovasse il puro Giappone di un tempo, non contaminato dalle dottrine straniere, il Kokugaku si levò a grande corrente che rispondeva alle esigenze del suo tempo.
In termini di oggi, fu la prima corrente di pensiero a cominciare ad affrontare la domanda su che cosa sia il Giappone, come qualcosa che non è né la Cina né la Corea. Da qui cominciò un’archeologia del pensiero e, attraverso il Man’yoshu, essa si legò a una pratica disciplina di coltivazione di sé, perseguita a fondo come kogo (古語), koi (古意) e kodo (古道), le parole antiche, il cuore antico e l’antica Via.
Kogo significa leggere con esattezza le parole del Man’yoshu e del Kojiki. Invece di interpretare i significati registrati nei testi, comincia col volgere l’attenzione al momento in cui una parola compare, ed è una fatica tesa di cogliere quel momento non con la testa ma con il corpo e la mente. Koi significa rivivere, attraverso i suoni e le espressioni dell’antica lingua così fatta propria, il sentimento onesto e ricco del Giappone di prima che fosse tinto dal confucianesimo e dal buddismo. Il mono no aware di Norinaga Motoori, la sua sensibilità alla struggente fragilità delle cose, è la sensibilità emblematica di questo stato. Kodo, il culmine, è la pratica di raggiungere, una volta padroneggiati kogo e koi, i miti, il modo di governare centrato sull’imperatore e gli insegnamenti degli dèi.
La trasformazione richiese quasi due secoli ma, mentre continuavano a cercare uno stato che aprisse la via tra «il sottosuolo (il Giappone)» e «la superficie (lo straniero)», la «restaurazione» fu infine proclamata con l’arrivo di Atsutane Hirata. La restaurazione, in altre parole, non è qualcosa che si possa dichiarare a gran voce oggi o domani, senza alcuna lotta di pensiero o tentativi ed errori nella pratica. È uno stato che si lascia vedere soltanto in fondo a una ricerca in quella pelle sottile, condotta a costo della vita. Il sentiero corre lungo una parete a picco, e un passo falso fa precipitare nell’abisso. Gli studiosi di quel tempo vivevano certamente con questa tensione.
Il fukko shintō di Atsutane Hirata è un mondo in cui lo «shintō» stesso non esiste. Atsutane partì da un senso di disagio verso lo «shintō che non era shintō» di cui si era parlato fino ad allora come di shintō, ed era irritato dal fatto che si continuasse a parlare dell’oggetto in un luogo in cui l’oggetto stesso non esisteva. Questo disagio si può applicare oggi a ogni ambito della vita. Il vero valore del fukko shintō sta dunque nella sua potenza creativa, che ha fatto nascere di nuovo lo shintō, e non nel riflesso di qualcosa coltivato in Giappone fin dall’antichità. Ciò che lo fece nascere, si potrebbe dire, fu l’età stessa.
Quando incideremo quella pelle e raggiungeremo ciò che va restaurato, che cosa vedremo? La nostra è un’età in cui tradizione e restaurazione vengono gridate a ogni angolo, senza alcuna di quelle lotte interiori. Il vuoto e l’interesse privato che sento in quei gridi non mi sembrano riflettere altro che il destino di una nazione e di un popolo caduti.
Anche quando non prende la forma di parole, il nostro corpo e la nostra mente si fanno carico del dolore della natura, lo traducono e lo emettono ogni giorno come parole. Capire quella lingua, farla propria e tradurla non è facile, perché è una lingua ignota nata da anni senza numero, dalla tensione e da un fallimento dopo l’altro.
Ciò che sta alla sua radice non si può definire in superficie come semplice distruzione della natura, e non si lascia vedere se non ci immergiamo nel problema del cuore. Quando guardiamo con occhi che portano quella coscienza, ci troviamo faccia a faccia con qualcosa. Se ciò che lì è venerato sono i kunitsukami, allora ciò che ci sarà chiesto è come farci carico della loro volontà e portarla nel mondo.
Il 3 gennaio 2026 l’ordine politico di un paese fu distrutto in una notte dai disegni di un impero e, nel caos che seguì, colpì il terremoto del Venezuela. I media di tutto il mondo lo hanno chiamato il più grande disastro naturale della storia venezuelana, ma il numero dei morti è salito a un livello storico perché le persone sono rimaste schiacciate sotto masse crollate di cemento, e questo è il risultato dei disegni di un impero, che ha distrutto ogni ordine.
Le scene del terremoto del Venezuela mi appaiono come un déjà vu del futuro del Giappone. I luoghi vengono distrutti e riempiti di cemento uno dopo l’altro, e la politica è legata direttamente ai grandi costruttori. Se in mezzo a tutto questo colpisse un terremoto proprio sotto l’area metropolitana di Tokyo, o arrivasse il terremoto della fossa di Nankai, i danni andrebbero ben oltre quelli del Venezuela. Come le rovine bruciate lasciate dai bombardamenti aerei permisero al Giappone di rinascere, stavolta il crollo del cemento potrebbe diventare la chiave della rinascita del Giappone.
Che genere di nazione immagineremo di costruire, allora? Non posso fare a meno di sentire che ciò che è chiesto ai giapponesi di oggi è volgere di nuovo gli occhi agli dèi, ritrovare la preghiera e, dall’interno di quella preghiera, pensare fino in fondo come la nostra patria possa essere creata di nuovo dopo il suo crollo.