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title: "I limiti di un Giappone pensato senza il mare: le cinque grandi sfere della ceramica Jomon e l'origine degli dèi visitatori"
series: "Istituto del Progetto Kunitsukami"
installment: 1
description: "Perché cercare dal mare le radici del Giappone? Per Takahiro Mitsui i contatti via mare dietro la ceramica Jomon crearono forse il primo marebito. TM MAGAZINE “Istituto del Progetto Kunitsukami” Vol.1."
lead: "Quasi tutti i discorsi sul Giappone e sui giapponesi sono stati costruiti, senza eccezione, dal «punto di vista della terraferma». Gli stili della ceramica Jomon lasciano vedere cinque grandi sfere, mutate nel tempo. Il contatto tra popoli diversi attraverso il mare potrebbe aver formato il prototipo degli «dèi visitatori venuti dal mare»."
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published: 2026-04-28
updated: 2026-04-28
author: "Takahiro Mitsui (三井崇央)"
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# I limiti di un Giappone pensato senza il mare: le cinque grandi sfere della ceramica Jomon e l'origine degli dèi visitatori

Istituto del Progetto Kunitsukami · TM MAGAZINE Vol.1 · 28 aprile 2026 · Takahiro Mitsui

Quasi tutti i discorsi sul Giappone e sui giapponesi sono stati costruiti, senza eccezione, dal «punto di vista della terraferma». Gli stili della ceramica Jomon lasciano vedere cinque grandi sfere, mutate nel tempo. Il contatto tra popoli diversi attraverso il mare potrebbe aver formato il prototipo degli «dèi visitatori venuti dal mare».

Più mi immergo nel Giappone, più nitidamente appare un problema ricorrente, e quel problema è la mancanza del «punto di vista del mare».

Non solo nella storia, ma ogni volta che si guarda il Giappone, le difficoltà in cui ci si imbatte vengono di solito dal non avere un punto di vista del mare, o dal prenderlo alla leggera. In parole povere, i discorsi esistenti sul Giappone e sui giapponesi sono stati costruiti, quasi senza eccezione, dal «punto di vista della terraferma».

Poiché l'arcipelago giapponese è una catena di isole circondata dal mare, dobbiamo guardare in entrambe le direzioni, verso il mare e verso la terra. Nella realtà, però, quasi tutto si è concentrato sulla terra. Dal dopoguerra alla fine del Novecento, una manciata di pensatori che dubitavano di questo approccio centrato sulla terra sostennero l'importanza di guardare il mare, e spesero sforzi enormi per portare alla luce «il vero Giappone». Eppure ancora oggi il peso resta sbilanciato verso la terra, e il vero volto del Giappone stenta a mettersi a fuoco.

Il folclorista Shinobu Orikuchi studiò i marebito, gli dèi visitatori del mondo antico, e nel corso di quella ricerca mostrò che in origine gli dèi apparivano dal mare. Eppure gli dèi non vennero sempre dal mare. In età più tarde scesero dai monti e, in concezioni più astratte, discesero dal cielo, mutando natura con il passare del tempo.

Sulla terra restano le orme di chi ci ha preceduto, e restano le loro strutture e i loro manufatti. Il mare è diverso. Le tracce di chi lo attraversò vengono cancellate dalle onde in un istante, e tutto ciò che lasciò è portato via dalle correnti. Anche dal punto di vista della scoperta, sulla terra ci si può stabilire e scavare con pazienza, ma in mare è impossibile. Rispetto alla terra, il mare è un regno ignoto che non conserva tracce, e in verità è un mondo molto più degno di essere esplorato dello spazio.

In un certo senso, ciò che più dobbiamo portare alla luce è la storia degli spostamenti dei nostri antenati. Eppure, invece di guardare direttamente al movimento attraverso il mare, gli archeologi del periodo Jomon volsero l'attenzione agli stili della ceramica fabbricata dagli uomini del Jomon. Per circa un secolo ordinarono sistematicamente la ceramica ritrovata, raccolsero le indagini di ogni regione e studiarono nei dettagli fin dove giungesse l'influenza di ciascuno stile. Ciò che apparve alla fine di questa fatica inimmaginabile fu una storia inattesa.

«Gli uomini del Jomon non si spostavano molto più di quanto immaginiamo?»

Chiunque abbia guardato anche solo di sfuggita il periodo Jomon non può non provare questo dubbio insistente. Le persone di oggi hanno il brutto vizio di vedere quelle di un passato remoto come una razza meno civile, ma se si mette da parte questo vizio e si guarda con occhi onesti, ci si commuove davanti al mondo straordinario che si leva, la storia degli uomini del Jomon in movimento.

I ricercatori dividono il periodo in modi diversi, ma in genere lo si ripartisce in sei fasi: incipiente (circa 16.000-11.500 anni fa), iniziale (circa 11.500-7.000 anni fa), antica (circa 7.000-5.500 anni fa), media (circa 5.500-4.500 anni fa), tarda (circa 4.500-3.300 anni fa) e finale (circa 3.300-2.800 anni fa). La varietà degli stili ceramici si fa marcata dalla fase antica in poi e tocca il culmine nella fase media, e la sua pura pluralità lascia stupefatti.

Già nella fase iniziale, il Giappone orientale vide una successione dalla ceramica a bastoncino avvolto da cordicella dei tipi Igusa, Natsushima e Inaridai, alla ceramica a linee incise dei tipi Tado inferiore e superiore, e poi al tipo Kayama, con le superfici raschiate da conchiglie. Con il Kanto al centro, la penisola di Boso e il Kanto meridionale formarono qualcosa di vicino a un'unica sfera culturale.

Nel Giappone occidentale la ceramica impressa a rullo si diffuse dal mare interno di Seto attraverso le regioni del Kinki e del Chubu fino al Kyushu, così che molto presto emerge uno schema di stili ceramici diversi, affiancati a est e a ovest. Allora come oggi, l'arcipelago racchiude due mondi del tutto diversi nel suo est e nel suo ovest, e quella differenza risale al periodo Jomon. Nel Kyushu meridionale, intanto, si svilupparono per conto proprio la ceramica impressa con conchiglie e quella a cordoni d'argilla in rilievo, come i tipi Maehira e Shikazegashira.

Nel corso della fase antica presero forma identità davvero regionali e, con l'arrivo della fase media, stili riccamente decorati esplosero in tutte le regioni. Fu l'età dell'oro degli uomini del Jomon.

Negli altopiani centrali e nel Kanto occidentale comparve il tipo Katsusaka, noto per le anse scolpite a forma di volto e i motivi a serpente, mentre il tipo Kasori E formò una vasta sfera che copriva l'intero Kanto. Dal Tohoku settentrionale, oltre lo stretto di Tsugaru, fino allo Hokkaido meridionale, il tipo Ento superiore portò avanti una tradizione che risaliva alla fase antica, e sulla sua scia il tipo Daigi si affermò in tutto il Tohoku. Nello stesso periodo, nello Hokuriku e sui monti del Chubu, emerse a metà della fase media il tipo Umataka, che comprende i vasi a fiamma e i vasi a corona oggi designati Tesori nazionali.

Nella fase finale la cultura di Kamegaoka di Tsugaru, nota per le sue statuine d'argilla dagli occhi a occhiale, gli shakoki dogu, ha una presenza schiacciante. La ceramica di tipo Kamegaoka compare, come importazione e come imitazione, ben oltre il Tohoku, nel Kanto, nel Chubu e perfino nel Kyushu settentrionale, il che ne fa una presenza notevole, la cui influenza si estese a tutto l'arcipelago. Il Giappone occidentale, al contrario, era in costante declino. Nella seconda metà della fase finale si svilupparono il tipo Kurokawa nel Kyushu, il tipo Shigasato nel Kinki e, in tutto il Giappone occidentale, la ceramica tottaimon con le sue fasce applicate in rilievo, ma una volta iniziato lo stadio tottaimon si ritiene in genere che il periodo Jomon vero e proprio sia finito. Come a simboleggiarlo, il tipo Yusu del Kyushu settentrionale è collocato allo stadio finale della ceramica tottaimon e, tra gli altri, nel sito di Itazuke, dove sono state trovate le più antiche tracce di risaie irrigate, è stato accertato che si presenta insieme a ceramica del periodo Yayoi iniziale.

Tutto questo è provvisorio, ma a grandi linee si può dire che cinque grandi sfere presero forma e si spostarono nel tempo. Erano una sfera del Giappone settentrionale, dal Tohoku settentrionale alla zona di Donan, nello Hokkaido meridionale; una sfera degli altopiani centrali e del Kanto; una sfera distinta dello Hokuriku e del bacino del fiume Shinano; una sfera del Giappone occidentale, del Kinki e del mare interno di Seto; e una sfera del Kyushu. Questo quadro d'insieme delle sfere, tra l'altro, si rivela molto importante anche per leggere i miti del *Kojiki* e del *Nihon Shoki*.

Nella storia del mutare degli stili ceramici l'attenzione tende a cadere sui vasi in sé, soprattutto su quelli dichiarati Tesori nazionali, ma non dobbiamo dimenticare che dietro ogni diffusione di uno stile ci fu sempre un contatto tra persone. Nel periodo Jomon questo significò incontri tra popoli diversi e, poiché tocca direttamente le origini dei marebito, merita un'attenzione scrupolosa.

Quando si sente l'espressione «dèi visitatori venuti dal mare», si immaginano quasi inevitabilmente immigrati arrivati dall'estero. Dèi visitatori arrivarono davvero dal continente, dalla penisola coreana e dall'Oceania, è vero. Nello stesso tempo, però, l'arcipelago di quell'epoca era un mondo plurale in cui ogni luogo era la casa di un popolo diverso, e dunque il contatto attraverso il mare potrebbe aver creato il prototipo stesso del dio visitatore.

Supponiamo, per esempio, che una tribù dei dintorni del lago Jusan, a Tsugaru, abbia attraversato il Mar del Giappone fino a Suzu, nella penisola di Noto. Per la gente di Suzu sarebbero stati stranieri di un'altra tribù e, insieme, «dèi visitatori venuti dal mare». Il punto di vista del mare è la questione più importante anche per me. È una ricerca di lungo periodo che riunisce maree, correnti oceaniche e venti stagionali, insieme a toponimi, suoni e culto degli dèi, e avanza soltanto soppesando ciascuno di essi con cura.

Un Giappone che non guarda il mare non vedrà mai il Giappone. Solo conoscendo sia il mare sia la terra il Giappone acquista una risoluzione più nitida.

Ciò che ci serve non sono nuove scoperte, ma una risoluzione più alta di quanto è già stato trovato. Dopo aver guardato innumerevoli resti e manufatti, sento ora con forza che questa può essere la chiave più grande per comprendere il Giappone.
